The Walking Dead sembra una serie condannata alla continua e affannosa ricerca del cambiamento, per contrastare la sua natura altrimenti statica di invariabile carneficina e di troppo smaccata metaforona (gli zombie siamo noi, ecc.). I personaggi vengono maciullati e sacrificati senza pietà, in nome del realismo imperante e modaiolo (Game of Thrones insegna, si assume che in un mondo postapocalittico del genere, irto di pericoli, finirai velocemente per spaccarti la testa in qualche modo) e di un “bene superiore”: per esempio, nel caso di Beth gli autori dicono che è così che doveva finire la sua storia perché bla e bla, quando quell’inatteso spargimento di sangue gratuito sembra solo una soluzione splatter poco fantasiosamente buttata lì, giusto per raccattare facili spicci di audience. Trovo questa impostazione insoddisfacente: vengono sbrigativamente fatte fuori le colonne portanti, come Hershel – insomma, un vecchio saggio in una comunità del genere ci dovrà pur stare… il fatto che sentano la necessità di evocarlo di tanto in tanto coi flashback la dice lunga –, Merle (che trasudava carisma e vita vissuta pericolosamente da qualsiasi cosa facesse e dicesse, e aveva ancora tanto da dare), o il nazigovernatore matto, del quale si stava approfondendo fiduciosamente la conoscenza del malato mondo interiore; il tutto per buttare a casaccio nella mischia dozzine di comparse senz’anima delle quali dopo molte puntate riempitive passate vagando da un binario all’altro non si saprebbe nemmeno fare il nome senza guglare.

Rick è un personaggio che sostanzialmente ha smarrito da un pezzo il lume della ragione e non sa nemmeno lui più cos’è e cosa vuole dalla vita, è disposto ad azioni ben poco onorevoli per proteggere il gruppo, tipo barattare come se nulla fosse un pezzo grosso come Michonne (resa, senza tante spiegazioni, sempre meno incazzata, fumettistica e caricaturale) col malvagissimo governatore. Ogni tanto però, quasi casualmente, sembra umanizzarsi, per esempio nella première della quarta stagione, quando finisce incredibilmente per sorbirsi Clara per mezza puntata (cioè, già questa dal colorito è messa peggio di uno zombie, figuriamoci), o nella carrambata sui generis con l’ex amico Morgan, episodio magnificato senza sosta dai commentatori per il particolare clima di amicizia che si crea, in un mondo così capirete non è facile.

L’altra puntata che ha sconvolto tutti è quella nella quale la trasformata Carol abbatte Lizzie (processo per direttissima, condanna a morte per aver accoppato l’altra ragazzina e per il fatto di costituire un pericolo vagante per il Bene Supremo, la comunità da preservare a qualunque costo da qualsiasi possibile anomalia o disfunzionamento). Anch’io penso che un evento del genere, in mezzo a tante puntate passate contemplando gregari intenti a expare come nel più dozzinale dei MMORPG, avrebbero potuto giocarselo meglio, diluendolo, approfondendo il ritorno collettivo alla barbarie, che non risparmia più nemmeno i bambini (nessuno pensa ai), la cui sacralizzazione nella società è dopotutto una conquista solo recente, è bene non dimenticarlo. Pur nel tentativo, per certi versi coraggioso, della serie di provare sempre a cambiare, si intravede uno schema ricorrente, quello del confronto-incontro con qualche altra comunità di sopravvissuti, con le sue usanze, le sue peculiarità, la sua organizzazione e struttura gerarchica e i suoi misteri. Incontro che sembra generare invariabilmente malanimo e tensioni a palate (e Alexandria pare ovviamente non fare eccezione, troppa tranquillità, che è tutta ‘sta gente imbolsita dal benessere e dalle comodità, addirittura l’energia elettrica… ma che, scherziamo? Si vede subito che caratteri ormai animaleschi e liberi come quelli di Daryl o Rick non possono reggere una situazione del genere, ormai cacciarsi nei casini e uscirne acrobaticamente affettando zombie e cristiani fa parte della lista dei bisogni quotidiani insopprimibili, come per l’uomo medio guardare i talk show in TV strillando contro il politico avversario considerato l’esclusiva causa dei suoi mali, o infilarsi l’alluce nel naso al semaforo).