Alcuni film catturano per quello che effettivamente viene mostrato sullo schermo. Altri potrebbero essere altrettanto affascinanti per quello che lasciano soltanto intuire, agendo sulla natura dello spettatore, curioso, si sa, come una scimmia, e innescando la sua immaginazione. Insomma, più che la vicenda in sé, e come è stata confezionata, è interessante quello che succedeva (si suppone succedesse) nella vita quotidiana, non inquadrata dalle telecamere, della vetusta coppia. Millenni di sottile, esasperante gioco delle parti, liti furibonde, compromessi, accordi sottobanco, rimpianti. Quello stanco rapporto di complicità che s’instaura tra rapinatore e ostaggio. Quante volte lei, in situazioni analoghe, o anche mentre semplicemente stavano andando a pisciare il cane al parco, sospirando, sarà stata sul punto di sbottare, definitivamente. Bella questa sindrome di Stoccolma (tra l’altro in quanto a città siamo in tema col film). Ma ora anche basta. Leggo pareri contrastanti sulla sceneggiatura, ho approfondito poco in realtà, ma concordo con chi sostiene sia nettamente il punto debole dell’opera (o, involontariamente, quello di forza, per quanto detto finora: la sua sciatteria e incompiutezza costringe il cervello del fruitore a farsi delle belle domande e a completare il lavoro magistrale iniziato dagli attori, quei loro eterni primi piani, appassionatamente ricchi di rughe, liti condominiali e umori). 

Per il resto, devo ammettere che la storia in sé (quindi probabilmente il romanzo sul quale il film è basato) non mi entusiasma così tanto. Certo, gli stereotipi di genere sono una cosa brutta. Bruttissima, sia chiaro. Da condannare con tutte le nostre forze. Dietro un grande uomo ci dev’essere anche stocazzo. Smettiamola con questa storia. Aricerto, sicuramente il mondo è pieno di ghostwriter, di gente che, frustata, lavora nell’ombra per l’osceno successo altrui. Se non la sapete, guglate la storia di Rosalind Franklin. Quante volte si è detto il prolifico autore X ormai ha una squadra di gente che scrive per lui rinchiusa in uno stanzino buio, lui deve solo darci una lettura distratta mentre sorseggia dello champagne d’annata stando con le chiappe al sole alle Canarie e intanto firma un nuovo contratto milionario. Oppure il sofferente e maledetto cantautore Y idolatrato dalle masse che i pezzi glieli faceva il cantautore Z, molto meno sofferente e idolatrato, e poi aprivi il booklet e figurava che li aveva composti lui (Y, cioè) insieme a un suo amico d’infanzia con le mani in pasta nel settore. C’è un brand, un nome affermato, qualcuno che in qualche modo è riuscito a far notare la sua esistenza all’umanità. E così gente di talento senza le conoscenze giuste, se vuole partecipare alla festa di colui che ha vinto la lotteria, è costretta ad aggregarsi, in cambio di noccioline e umiliazioni psicologiche. In sintesi, l’umanità funziona a grandi linee così, e se ne bea. Questa cosa non va proprio bene. Si parla tanto di meritocrazia e poi. Ognuno dovrebbe essere libero di sprigionare il proprio talento, vedendoselo riconosciuto pubblicamente con ricchi premi. Tutti dovrebbero poter essere amati per quello che sono, campare esclusivamente d’arte e… sì, ok, la smetto. 

Il film quindi tocca ambiziosamente corde delicate, temi concreti, socialmente importanti, ci sono un sacco di possibili, e in gran parte inesplorati, risvolti. Però non convince pienamente a causa dei suoi limiti di partenza. Magari mi sbaglio. Magari ci saranno pure delle differenze significative col film, che ne so. Ma il libro della Wolitzer mi dà l’idea di essere un romanzetto di quelli che cavalcano in modo facilotto ed emotivo un argomento di per sé, per una serie di ragioni, nella realtà attuale quasi predestinato al successo, con in più l’ovvia trovata a effetto un po’ inverosimile messa per vendere, e stupire. Ora, va bene tutto, ma se sei negato a scrivere, quindi a elaborare pensieri complessi e originali sulle cose del mondo, non in grado di farlo a quel livello, diciamo, probabilmente in una vita intera di relazioni sociali, convegni, gente che ti chiede di dire la tua su questo e quello, si arriva a capirlo. Non è che ci sia bisogno del giornalistone sagace che a lui non gliela fai e ti piazza lo scoop, è una faccenda un po’ più complicata rispetto a copiare il compito di latino a scuola, tra l’altro pure lì se non ne sapevi una fava di Cesare, Cicerone, quinte declinazioni, ecc. eri poco credibile. Certo, devo ammettere che dopo il Nobel a Bob Dylan tutte le mie convinzioni vacillano. Poi, il figlio che è una macchietta (una sorta di Cesare Cremonini emo capitato sul set per caso, non si può vedere). E lui col timer della morte incorporato che, guarda un po’ le coincidenze, schiatta proprio dopo aver ritirato il Nobel in modo che la storia rimanga segreta. Ennamo. Insomma, sparandole meno grosse secondo me si può arrivare a colpire più accuratamente e raffinatamente il bersaglio desiderato. 

Per carità, è vero che il cinema racconta spesso storie eccezionali, nel senso di poco comuni, “al limite”, a volte del tutto improbabili. Ma è anche un mezzo comunicativo ed espressivo maturo intrinsecamente dotato di una potenza tale di non aver (più) bisogno di queste strade facili e di cornici altisonanti per impressionare. Gli basterebbe anche solo mostrare l’essere umano e la sua nuda fragilità (che poi è quello che il film fa, pure bene, ma avrebbe potuto farlo meglio). Quello che interessa, in questo tipo di storia, è il rapporto tra i due personaggi: si sarebbe potuto fare molto di più in questo senso, sviscerarlo, problematizzarlo, psicanalizzarlo, mentre si è deciso di spingere sull’appariscente e reboante contorno. Non c’era necessariamente il bisogno di cucire intorno all’idea di base la solita roba da Guinness dei primati, categoria ghostwriting (parlo dal punto di vista artistico, poi che faccia più clamore così, perché OMMIODDIO ANDATE A VEDERE IL FILM DEL PREMIO NOBEL CHE GLI SCRIVEVA I LIBRI LA MOGLIE SCOPPIA UN CASINO LUI MUORE, beh, è indubbio).