Nonostante le dicerie e le apparenze il cinema italiano è ancora uno dei più premiati e rilevanti al mondo, o almeno così sentivo dire ieri da qualche parte. Ammetto la mia smaccata esterofilia da questo punto di vista, ovviamente in relazione alla produzione dell’ultima trentina d’anni, ma col tempo ho dovuto capire e accettare una cosa molto importante. Cioè che Sorrentino, nonostante tutto il cancan successivo a La grande bellezza, non è affatto un fesso, al contrario di certi suoi connazionali e colleghi intenti a creare ininterrottamente sbobba, spesso sguaiatamente politicizzata, coi soldi pubblici. Questo emerge non solo dalla sua produzione (oddio, il tanto acclamato Il divo non l’ho digerito molto, avendolo vissuto come film fatto alla fine per ottenere facilissimi consensi parlando male di un potentissimo cattivissimo che di più non si può, un po’ come la raccapricciante e fortunatamente poco conosciuta canzone Giulio di Bertoli, gli darò comunque un’altra possibilità); ma per esempio anche da alcune sue dotte considerazioni successive alla realizzazione della serie TV oggetto del post. Sorrentino stesso autopsicanalizzandosi si rende conto in sostanza, con una lucidità ammirevole, di aver un po’ perso il bandolo a un certo punto, a causa anche della quantità di girato assai più imponente rispetto alle sue abitudini (e però, figlio mio, è una miniserie di dieci episodi, pensa a quelli che devono gestire “mostri” da sette per ventidue o giù di lì). Ma alla fine che importa, se volete il messaggio andate alle Poste, e poi pensandoci bene il considerarlo necessario è pure una roba che deriva dalla nostra educazione cattolica, infarcita di vignaioli e parabole. Va bene, sono d’accordo, anche perché se tutto quello che lascia di sé un’opera è un unico, non fraintendibile e moralistico insegnamento, beh, ciò è indubbiamente un po’ triste. Ma è anche vero che in una decina d’ore qualcosa devi dire, e lasciare, non siamo al Luna Park (o forse sì?). E, nonostante i molti e indubbi pregi della sua appassionante creatura, ho rilevato un eccesso un po’ molesto di disorganicità.

L’argomento, va detto, non è tra i più facili da trattare. Occorre tatto, delicatezza (non per evitare di offendere i cristiani, chi se ne fotte, ma perché è un mondo totalmente a parte, con i suoi ritmi e le sue convenzioni, stratificate nei secoli, un qualcosa di complicato da decifrare a fondo e quindi da rappresentare). Il Vaticano maneggiato in chiave pop, con una lettura sbruffona un po’ da House of Cards e da serie TV americana contemporanea, è una roba che a tratti mi lascia perplesso. Insomma, diciamocelo, la rappresentazione di qualsiasi Papa, anche il più anticonvenzionale, di rottura e quello che volete, non può che passare attraverso interminabili e opprimenti momenti di liturgie, riti noiosissimi, incensi, convenevoli in latino, sottili trame machiavelliche e cose del genere. Un po’ ci sono, ovviamente. Ma insomma. L’enfasi, soprattutto nelle fasi iniziali, mi pare davvero eccessivamente posta sulle sigarette e gli atteggiamenti da rockstar. Ovvio che lo scopo sia scuotere, intrattenere, costringere quasi fisicamente lo spettatore a non cambiare canale. Obiettivo probabilmente raggiunto, ma al prezzo di una certa perdita generale di credibilità. Sì, certo, è un’opera di fantasia, quindi uno può fare come gli pare. Pure rappresentare il Papa come l’emissario segreto del popolo dei tentacoli verdi provenienti da Plutone, venuto per trasformare la Terra in un bordello e in combutta con i sottaceti Saclà e Memo Remigi (e sarei il primo a guardare una serie così). Ma ho il sospetto che, sotto sotto, l’ambizione fosse più quella di dare una lettura aderente alla realtà (sia pure con sorprendenti tratti di originalità), quindi avvicinandosi maggiormente a quanto accade effettivamente, o potrebbe accadere, che ai tentacoli. Insomma, Coleridge non è bypassabile con tanta facilità, e se faccio un Papa che caca sui fedeli durante l’Angelus e poi pretende di tornare Papa e di essere preso sul serio come se nulla fosse il patto silenzioso potrebbe rompersi.

Probabilmente non dico una cosa originalissima, ma a ‘sto giro non ho avuto voglia di leggere molto (sto cercando di vincere il blocco dello scrittore – nel senso di colui che scrive – ma è durissima). Però un po’ fuori fuoco e deludente mi è parsa la figura di Silvio Orlando, consapevolmente caricato di stereotipi (si chiama Voiello, in fissa per il Napoli, manca solo il mandolino) e inizialmente presentato come temibile rivale dalle dimensioni quasi moggiane pronto a tutto per il potere, ma che via via si spegne sempre più insipidamente, fino alla mai decollata e poco entusiasmente cotta per Sister Mary. Tutti i vari siparietti e intermezzi allegri, vagamente demenziali e troppo “buonisti”, smielati, non saprei come definirli (intendo anche tutti i momenti più leggeri, sdrammatizzanti e necessari per non dipingere il Vaticano esclusivamente come un luogo inumano fonte di ogni malvagità) li ho trovati terribili. Senz’altro Sorrentino sa quel che fa e li ha inseriti per dare respiro e non rendere monodimensionale l’opera, e probabilmente anche per omaggiare e citare qualcosa o qualcuno che ora non mi sovviene, magari Fellini, o se stesso, ma l’effetto non è dei migliori. Sì, certo, la Chiesa cattolica sullo sport ci prospera (tutti andavamo, raggirati, a giocare all’oratorio da regazzini), però ‘ste scenette coi vecchiardi costantemente impegnati a trastullarsi con palloni e pallette varie… brrr. Ma poi “Renzi” (il 41%, wink, wink) che fa tutto l’intransigente e il radicale. Con il Papa. Nel corpo di Accorsi. Ma su, ma dai. Insomma, Sorrentino rivendica il suo, quasi esistenziale, non saper bene dove andare a parere e io, un po’ a malincuore, rivendico il mio non essere completamente convinto dall’approccio e dal risultato finale. Intendiamoci, The Young Pope comunque mi ha preso parecchio (Jude Law è magnetico ed è un bonazzo inarrivabile, e questo incide molto, infatti la “seconda stagione” senza di lui, credo, già parte malissimo). Lo si guarda piacevolmente perché “vediamo mo’ che combina ‘sto matto” e dato che è visivamente splendido. Alcune scene sono così magnifiche e assolute che le si accetta anche nel loro essere per nulla plausibili o di un’ingenuità disarmante (basta sequestrare UN cellulare e il Papa non lo fotografano, cerrrto). In particolare la prima, incredibile omelia, tutta anatemi, fulmini e saette.

Ci sarebbero altri aspetti da trattare (il tormentato rapporto coi genitori fricchettoni, i cardinali che tramano ma senza troppa convinzione, quasi per sport, temi scottanti quali pedofilia, omosessualità, incapacità di crescere e improvvisa perdita della fede), ma in generale li ho trovati appena abbozzati o buttati nel mucchio per far numero, non sono molto convinto, tra l’altro la svolta miracolistica sul finale è un po’ inquietante. E poi ho appena retumblerato un’infografica nella quale si invitava a essere brevi perché con il logorio della vita moderna zeppa di impegni la gente fa presto a stufarsi, non siete Proust, ecc., e questo un po’ mi intimidisce.