Io sono una persona semplice (lo so che è ciò che dicono tutti, ma in questo caso è vero, ve lo giuro sul mio gatto che svomitazza in giro). Quello che ho capito di questo film, a parte il fatto che qualcosa di simile alla Terra è probabilmente in pericolo, è che i personaggi si picchiano selvaggiamente, tutto il tempo. Si fanno uscire proprio il sangue dagli occhi a furia di mazzate direttamente sulle orbite, ma anche a distanza con la magia delle mosse speciali che conoscono solo loro, tramandate di generazione in generazione, se necessario. Ma non c’è astio nelle loro azioni. Come nei picchiaduro malriusciti degli anni Novanta non si avverte quella famosa sensazione che i contendenti si facciano realmente del male, percezione che per la critica al gran completo costituiva l’elemento decisivo per nobilitare il prodotto elevandolo sulle masse. Si picchia così, per passare il tempo, è un codice, è un linguaggio: è il modo che i personaggi hanno scelto per esprimersi e per relazionarsi con i loro simili. Avrebbero potuto usare le maniere, ruspanti e amichevoli, proprie della sana cucina mediterranea per interagire e mandarsi messaggi, invece no, le botte, evabbè, stavolta è capitato così. I protagonisti però emettono anche frasi altisonanti di sfida, delle quali non sempre è ben chiaro il senso, ma uno sulla fiducia dice vabbè, ok, mi hai impressionato, hai ragione tu, spiezzami pure in due quando vuoi. Questo sempre per tutta la durata del film. Però lo fanno immersi in un immaginifico mondo di computer grafica, pompatissimo e quello che volete, ma che non mi ha convinto pienamente, nonostante l’epicità di alcune scene, specie quelle con le truppe tutte carismaticamente avvolte dalla penombra e da un sintomatico mistero. È un’epicità formalmente curatissima, per carità, ma non so, dal retrogusto forse un po’ farlocco.

È un mondo che cerca con tutte le sue forze, in modo studiatissimo, disperatissimo di mostrarsi dark, sempre, in ogni istante (l’abbiamo messo nel titolo, mo’ ci tocca, è quello che laggente si aspetta da noi, Jaimie Alexander si è anche rotta l’osso del collo per girare alle cinque del mattino con la pioggia). Ma è un’oscurità che si ferma alla superficie della rappresentazione, dentro se stessi i personaggi agiscono come automi alle prese con le incombenze dell’ufficio del catasto, con la possibile eccezione del brillante e malvagissimo Loki, che però anche lui, diciamoci la verità… Oh, guarda laggiù, un villain talentuoso e, yawn, schizofrenico, mai visto negli ultimi tempi, proprio. Poi di tanto in tanto ci sono le navette spaziali (?) che sparacchiano e i cui piloti – similmente a quanto facevano Pirlo e Iniesta con la palla e a quanto fanno tuttora i tassisti napoletani con i loro veicoli (cit.) – all’improvviso si infilano a tutta velocità in spazi che vedono solo loro, salvandosi così in extremis da sfracellamento certo. Della disinvolta alternanza (trovata immagino brillante, nelle intenzioni) tra mondo reale, con la metro e la gente che fa la spesa, e quello fantasy, con la psuedoTerra sempre in bilico, frega sostanzialmente ricchissimi cazzi, così come della presenza della scandalosamente inutile Natalie Portman, che tra l’altro non è manco tanto gnocca come la fate (affermazione al giorno d’oggi sicuramente interpretabile come fortemente sessista, chissà perché, ma tanto sono nel mio regno dove non mi legge nessuno e faccio come voglio, ahr, ahr). I colpi di scena. Sì, ci sono. Ovviamente. È proprio quell’ovviamente che stroppia. Loki muore. Ma figuriamoci. Ma chi ci crede. È evidente che in questo contesto così apparecchiato e preacchittato nessuno potrà restare minimamente turbato un simile, farlocco decesso.