Giustificare l’avvenuta visione di tutte e sette le verbose stagioni della serie TV in questione, recentemente ritornata in àuge per il revival, o quello che è, i nuovi episodi, risulta compito assai arduo. Sono moltissime infatti le attività che si potrebbero svolgere, con profitto ben superiore, nel tempo necessario a smazzarsi le dozzine di episodi, e la spiegazione dell’inglese (quanti film che hanno fatto la storia del cinema uno si sarebbe potuto vedere, al fine di migliorarlo?) appare deboluccia. Poco credibili naturalmente le nomination ricevute, e risibili i premi (ok, magari quello per trucco & parrucco ci può stare, che ne so, dai). Messo in chiaro questo aspetto fondamentale, cerchiamo di capire se ci sia qualcosa di salvabile nel disastro generale. Intanto, il nome dato alla versione italiana della serie (Una mamma per amica) è qualcosa di infimo e nauseabondo, specie pensando che non è neanche tanto campato in aria, ma alla fine corrisponde abbastanza precisamente ai contenuti: secoli di lotte per l’emancipazione della donna buttati violentemente al cesso così. Mamma e figlia sono impegnate a battibeccare frivolmente emettendo indistricabili e insensati torrenti di fonemi che manco i Jalisse ai tempi, oltre che a mettersi il broncio a vicenda per futili motivi (“Si può sapere perché hai buttato le penne lisce? Ti avevo detto di mettere quelle rigate! Brutta stronza assassina maledetta, ora ti faccio vedere io, ti faccio!”)(sì, ok, in America la pasta non è proprio il piatto nazionale, o la cucinano barbaricamente, ma sono affezionato all’esempio che riciclo quando posso). Lorelai fu farcita in tenera età, e questa fu la sua sciagura (perché poi? boh). Pertanto proietta le sue ambizioni frustrate sull’implume figlioletta, vedendo nei vari fidanzatini che si susseguono (dall’alto e insipido Dean al trasgressivo e ruspante Jess, per chiudere in bruttezza con il riccastro e perfettino Logan) dei potenziali ingravidatori seriali ai quali riserbare sospetto e acidità in grosse quantità.

Leggo ora delle somiglianze con Northern Exposure (Un medico tra gli orsi), ed è vero, non ci avevo mai pensato, per quanto fosse ovvio il collegamento. Entrambe le serie hanno il loro bel microcosmo, rappresentato da una rustica cittadina apparentemente scollegata con tutto il resto dell’universo nella quale ognuno detiene la perfetta conoscenza degli orifizi altrui. Tutte e due hanno i personaggi buffi, ma non troppo, le situazioni bislacche e divertenti, ma senza esagerare perché sennò non sta bene, in entrambe non succede quasi mai nulla di significativo, sostanzialmente i protagonisti vivono (che può sembrare poco ma di questi tempi è già precchio) e si relazionano intensamente tra di loro, visto anche che, porelli, non possono fare molto altro. Però è un po’ come paragonare i biscotti dietetici bio senza olio di palma, zucchero, cioccolato, uova, biscotti a quelli veri, grassi, unti, industriali, croccanti, saporiti (nota per eventuali scemi in ascolto: vi sto trollando). Insomma, Northern sta su ben altri livelli.

L’inconsistenza e la sbrodolataggine (?) della serie (incredibile che non siano nemmeno riusciti a darle una conclusione decente e non arruffata, avendo a disposizione tutto quel tempo e quelle risorse) risultano particolarmente evidenti dal personaggio di Kirk. Almeno penso si chiami Kirk, magari mi confondo con qualcun altro, difficile ricordarsi il nome di uno così insignificante, anche se ovviamente linternet ha rivalutato alla stragrande perfino lui. Uno che dovrebbe interpretare la parte dello strambo del villaggio che gironzola folklorisicamente senza un perché, come se così non ce ne fossero già abbastanza, o almeno fare mucchio e dare il senso della comunità (far ridere non se ne parla nemmeno, ovviamente), ma non riesce nemmeno in questo, occupa solamente spazio e dà l’idea di un attore messo lì a pascolare stile forestale calabrese, per condividere una fettina di gioia e di successo anche con lui, ché poi sicuramente nella vita di tutti i giorni è pure una gran brava persona e fa spogliatoio peggio di Lobont nella Roma. Sì, ok, quindi il solito, irritante, sterile sarcasmo distruttivo, ma non c’è proprio nulla da salvare? Allora perché l’hai vista? Sei pazzo? (Sì). Immagino che al successo abbia contribuito il bell’aspetto delle attrici e degli attori presenti (ma nunn’è che nelle altre serie a recitare ci stiano Alfano e la Bindi… Lorelai furbamente s’è scelta come amica del cuore la cuoca cicciona, per risaltare meglio nel confronto, stessa tattica di quando si facevano le vasche al paesello). Oltre all’indubbia professionalità recitativa di tutti (ma nunn’è che se la dovesse battere con Un posto al sole degli esordi, sono aspetti che ormai si danno per scontati per questo tipo di produzione, a quei livelli). Tutti i continui e sbandierati riferimenti culturali giovanilistici (“Uao, ma lo sai che c’è una serie in cui i personaggi ascoltano i Radiohead? Ma pensa, ma che figata!”), ‘na roba che però forse poteva colpire ed entusiasmare all’epoca, risultando ora inflazionata, quasi imbarazzante.

Colpiva, nella prima stagione, le prime due al massimo, la freschezza del personaggio di Rory, questa ragazzina chiacchierona ma anche un po’ introversa (?), quasi aliena, insomma, una sui generis, sempre stupefatta, che s’imbatte per la prima volta nel mondo (non è lei a investire il cervo con il SUV, è il cervo a investirle il macchinone facendola arrivare in ritardo a scuola, giustamente), con i suoi “It’s weird!” didascalici per definire qualsiasi cosa, un palo della luce, un uovo al tegamino, l’inatteso pene turgido del ragazzo di turno. Poi, approfondendo la conoscenza, diventa un po’ la compagna di banco troppo ostentatamente perfettina che non ti faceva copiare il compito e si metteva a frignare quando pigliava otto meno anziché il solito otto, difficile provare empatia, quindi. Serve davvero accennare agli altri, numerosissimi, personaggi, tipo il poco credibile Max Medina che non si sa cosa voglia dalla vita, il padre (idem con patate), il barista, burbera e irresistibile icona gay al cui primitivo fascino non si può rimanere insensibili, l’amica del cuore con la mamma strana, perché la quota multietnica di questi tempi non può mancare, i nonni, stronzi ricconi snob ma dopotutto a guardarli bene più da vicino non così stronzi, soprattutto lui? Ovviamente no.