Passare dalle serie TV dei nostri tempi, mostruosamente costose e cinematografiche, infarcite di effetti speciali e perfezione formale, a un decrepito sceneggiato della Rai dai tempi teatrali e mandato avanti grazie a inserti di Dziga Vertov, o con espedienti da recita scolastica, come l’animazione della grossa grassa rana, o scene di distruzione più lasciate immaginare che realmente e credibilmente rappresentate, richiede una certa abnegazione. La recitazione di Gastone Moschin, sempre intento a sbraitare disperatamente, e degli altri illustri nomi non è tuttavia priva di fascino, così come la Mosca forse un pelo occidentalizzata pullulante di vita e insegne luminose, del resto coerente con le descrizioni del racconto. Per non parlare delle sibilline e spiritose musiche del mai troppo compianto Fiorenzo Carpi. Uova fatali è qualcosa di straordinariamente antico, essendo un apologo, quindi Menenio Agrippa, e allo stesso tempo modernissimo, una storia di fantascienza scritta così, linguaggio utilizzato, ironia, nel (rendiamoci conto) ’25. Se devo dire la verità non l’ho amato particolarmente, sì, la satira verso la risibile burocrazia sovietica, insulsa e farraginosa, l’ottusità della gente, i facili entusiasmi di una scienza buffa, aliena e non supportata da una società rozza e primitiva più sensibile al pollo e alla sua immediata utilità e concretezza che al progresso e ai suoi possibili, ma incerti, sviluppi mirabolanti. Alla fine, però, di fondo c’è questa diffidenza nei confronti della novità, questo pessimismo cosmico (Wells) un po’ qualunquistico sulla tecnologia e sulle capacità umane di creare robe utili, e non solo orribili mostri intenti a distruggere poco intelligentemente tutto che solo la natura nella sua (ronf) infinita saggezza e previdenza può fermare, servendosi dei suoi tradizionali e collaudati mezzi. Capisco fossero altri tempi, e che lo scetticismo e l’allarmismo avessero altre, più importanti e più suggestive, connotazioni, però…