Modelle anoressiche

Corpi anonimi esibiti in vetrine sconsacrate. Pelli untissime per forme sottovuoto. Alieni dal viso emaciato, gli zigomi urlanti gonfi di risentimento. Ossa ribelli che sporgono, che fuggono. Che balzano fuori senza preavviso, squarciando l’involucro di cuoio ben tirato e di omertà. Alla ricerca di realtà meno oppressive, di mondi ipocalorici impareggiabili. E merendine light giganti capaci di ascoltare. Arti orfani che deambulano senza conducente, triangolarità disperate semi-indipendenti. Macchine morte, forse. Ma estremamente determinate. Bipedi stecchinoformi incazzatissimi avanzano con un’andatura sicura, feroce, inumana. Procedono senza più consapevolezza né rotondità su passerelle luccicanti infinite. Clang clang baby. Offrendo ricchi sacrifici alla loro giovane dea denutrita del cazzo. Danzano come robot impazziti sul tappeto dei corpi precedenti, quelli che non ce l’hanno fatta, uccisi da secoli di stenti e inaffettività. Simili a zombie privi di controllo, si lanciano su un pubblico troppo sorpreso e obeso e adorante per abbozzare una reazione, tingendo il mondo rosso con una punta radical chic. Ominidi tentano di difendersi come possono, con i loro flash disperati, venendo presto accerchiati e inclusi senza discussioni nel banchetto trionfante. Assaggiati a tempo di nervosa musica dance insostenibile. Consumati, appesi, travolti. Trafitti dagli artigli inauditi, armi segrete, forchette veloci e coltelli acuminati. Burp. Adiposità abbandonate, seni e fianchi oltraggiati, spostati dal vento lastricano da anni il palcoscenico. Ma non c’è tempo per raccoglierli e dare loro degna sepoltura. Lo spettacolo deve ricominciare.