Tigre

Sono fermamente persuaso del fatto che nutrire rispetto nei confronti degli altri quadrupedi sia particolarmente importante, in questi tempi bui nei quali l’umanità a stento si barcamena tra bond(i) argentini e non (sandri, diciamo, in particolare). E nemmeno l’ora legale, da alcuni assai osteggiata (la gente non ha veramente un cazzo da fare), riuscirà a riportare un po’ di luce. Insultare il prossimo, svilirlo, umiliarlo. E poi ancora percuoterlo, moderarlo, amministrarlo. Infine ammonirlo, deriderlo, espellerlo, denudarlo, calderolizzarlo, bannarlo in pubblico correndo poi magari verso la curva a esultare col ditone medio particolarmente ben in vista è un qualcosa che, con l’Ayrton di poi, risulta oltremodo indelicato, poco elegante e senz’altro avvilente. Innanzitutto per se stessi.

Attenzione perché questo non va scambiato per un evangelico e acritico “porgi l’altro paio di chiappe” sempre e comunque. A volte il fallo di reazione un po’ marrone, l’entrata a motosega accesa, l’arzilla testata delucidatrice sono risposte giuste e doverose ai complicati quiz multipli che la vita ci propone, senza concenderci nemmeno la telefonata all’amante di nostra moglie a casa o il dubbio aiuto del pubblico. E questo indipendentemente da quanto riusciranno poi a elucubrare le cataratte del cervide neurone arbitrale chiamate a valutarci. Un modo di porsi ragionevole e pacato in generale è comunque l’unico modo per rendere digeribili e accettabili concetti e dirigibili che, se esposti in maniera anche solo leggermente più hooligana, ci condurrebbero a essere rapidamente e pummarolescamente accettati in modo ben più sgradevole e diverso.

(Insomma, il classico blogger che pontifica inviperito a dodicimila metri d’altezza — reso sempre più acidello da astinenze sessuali involontarie che lo portano a eccitarsi anche solo immaginando una Montalciuini semigiovane che si unisce biblicamente a un Giuliano Ferrara semivestito al dodicesimo mese mentre scappa al mare — incontra seri limiti in quanto a efficacia comunicativa, non appena decide di smettere di urlare per ricominciare a parlare. L’improvvisa gentilezza e umanità non potrà che suscitare diffidenza nei suoi interlocutori, nonché nei passanti che assistono ai suoi str-ani discorsi, i quali fuggiranno disgustati dal repentino e prezzolato mutamento).

(Ma io resto convinto che se quando parliamo nessuno si offende è come se non avessimo detto nulla).