Mi rendo conto della potenza e della presa sulle menti dell’immagine della vecchina portata di peso che tanto sta riscuotendo successo in giro. Ma magari la (geo)politica non può limitarsi agli aspetti più emozionali.

Il punto fondamentale per me è che non siamo nel XII sec., e quindi un “popolo” (ammesso che questo termine, oggi, non vi suoni tronfio… a me un po’ sì) acquista indipendenza anche e soprattutto se ottiene riconoscimento dagli altri, e non mi pare francamente di vedere tutta questa corsa da parte delle nazioni per legittimare il referendum e quanto stanno facendo gli indipendentisti. Se andiamo a vedere i presupposti accettati dalla comunità internazionale per l’autodeterminazione dei popoli, la Catalogna non ne ha manco uno. La rilevanza internazionale di una pretesa autodeterministica nasce sì da un procedimento democratico ma è piuttosto la pretesa di una comunità, che esprima elementi internazionalmente riconoscibili, a far parte della comunità internazionale. L’Onu lo ha concepito per gli Stati nati dalla dissoluzione degli imperi coloniali. Stati occupati militarmente, Stati sotto apartheid. Nulla che possa assomigliare alla Catalogna del 2017.

In altre parole, quella dell’indipendenza catalana è un’operazione abbastanza posticcia e “gentistica”, come del resto lo sono un po’ tutti i nazionalismi, e in questo senso le analogie col recente tentativo di referendum in Veneto (che ha una sua cultura secolare, e una lingua probabilmente anche più parlata del catalano) non sono tanto campate in aria. Fatto sta che in quel caso molte persone pronte a sciogliersi sui social per la vecchina e il bobolo che va kontro al gobierno in carica (andare kontro lo status quo tira sempre) muterebbero drasticamente opinione e sarebbero per mazzolare i malvagi leghisti veneti insubordinati. Non vi convince il Veneto? Facciamo la Sardegna? (Non so se avete mai parlato con un sardo, a me è capitato spesso, o se avete visto un po’ di bandiere dei quattro mori in giro; l’Italia generalmente nun je piace, si sentono un’altra cosa, pensano che stando da soli gli andrebbe molto meglio… spesso sono discorsi da bar, ovvio, ma i discorsi da bar in mano al capopopolo giusto nel momento giusto possono fare faville). Il Südtirol? “Son tutti indipendentisti con gli indipendentismi degli altri” (cit.).

Altro aspetto, quello della legalità. La democrazia e il liberalismo intanto non significano assenza di regole. Non sono certo un legalitario, quindi per il rispetto asettico e assoluto di tutte le leggi, anche se sono fortemente sbagliate e ingiuste, ma mi pare che questo “vabbè, che vuoi che sia una costituzione, se si vuole cambiare bisogna fare per forza così” vada un po’ troppo nell’altro senso, la faccia troppo facile. Quella costituzione, intanto, è stata votata in massa, anche e soprattutto in Catalogna, più che altrove, nel 1978 (che non sarà vicinissimo ma non è manco l’Ottocento). E i catalani l’hanno votata in massa anche perché garantiva loro ampia autonomia. Se l’argomentazione è “vabbè, fateli votare, che male vi fanno, ma poi che mi rappresentano ‘sti confini, W John Lennon” potremmo dire che anche la Val D’Aran vuole separarsi dalla Catalogna… Che facciamo, quando arriviamo al mio condominio ci fermiamo?

Io direi che questa tendenza alla frammentazione sempre più estrema (con relativo effetto domino che queste situazioni creano) dovrebbe far riflettere. Insomma, a mio avviso non si può valutare questo evento senza inserirlo in un quadro più generale. Tutta questa voglia, recente, di piccole patrie, questo recupero un po’ posticcio di lingue sempre meno parlate, culture, tradizioni, sagre paesane, ampolle del Po, ecc. alla fine nasconde paura. Paura del mondo che cambia, della globalizzazione – che ovviamente non si sta rivelando tutta rose e fiori per questa parte del mondo, quello che non si capisce è che tornare indietro ammesso che sia possibile sarebbe molto peggio, quindi bisogna cercare velocemente di capire come starci, come adattarsi, come cavalcarla –, della cattiva e opprimente Europa “neolibbberista” (e mi meraviglio che proprio in certi ambienti non si colga questo punto fondamentale). Europa che ha tanti, enormi difetti, ma l’alternativa, questo bisogna capirlo, sono i Grillo, i Salvini e un’autarchia e un protezionismo disastrosi. Insomma, è una reazione, un tentativo di difesa magari anche comprensibile a tutto ciò, ma poi alla fine non così appropriato e costruttivo.

Ovviamente la storia del “ma sì, lasciategli fare il referendum, anche se è incostituzionale e tutto, basta dire poi che non valeva” non mi convince per niente. Se glielo lasci fare, per bene, con tutti i crismi, ecc. poi se vincono gli indipendentisti con un’affluenza semidecente tutti diranno che “ora bisogna rispettare la volontà popolare e bla bla” (e ovviamente il fatto che sia solo consultivo non conta una fava, abbiamo visto l’andazzo). Questo naturalmente non vuol dire che facciano bene a manganellare, anzi… ma temo che prima o poi ci si arrivi comunque. Lo Stato ha per definizione il monopolio della forza. Se metti in discussione questo, se compi azioni fortemente eversive che mettono in discussione l’esistenza stessa dello Stato dubito che la reazione possa essere per sempre il lancio di fiorellini di campo. Si potrà dire che anche quello spagnolo è un nazionalismo. Certo, è vero. Ma, appunto, si tratta sempre di un meno peggio nell’ambito di opzioni realisticamente percorribili, gli stati nazionali in questo mondo non sono (ancora) cancellabili con un colpo di spugna e hanno una loro importante funzione, non si può agire e pensare come se tutto ciò non esistesse.

Come detto, vedo un certo entusiasmo per questo referendum (e per quelli di Lombardia e Veneto) da parte del mondo liberale. La ragione è facilmente intuibile: essendo lo Stato visto come Il Male, tutto ciò che va a mettergli i bastoni tra le ruote, a frantumarlo in pezzetti sempre più piccoli e a togliergli potere, fiscale e non, è visto con simpatia. Come dice un articolo apparso su IBL, “chissà mai che, di secessione in secessione, non riescano pure a precipitare l’indipendenza dell’unica minoranza che il liberale problematico abbia veramente a cuore: l’individuo”. Questa visione è dal mio punto di vista troppo utopistica (vabbè, non che sia una sorpresa che da quelle parti provengano posizioni estreme di questo tipo). Suvvia. Quando veniamo al mondo c’è qualcuno che ci chieda se vogliamo far parte di una determinata società, dello Stato, organizzato in un certo modo, offrendoci un’alternativa? Ovviamente no, si dà per scontato che ogni nuovo nato voglia essere incorporato dal sistema, per via degli indubbi vantaggi pratici e legati alla sopravvivenza che questo gli garantisce. Ma si tratta di una “violenza”, in termini di libertà negata, se ci pensiamo bene di molto superiore a quella che si fa a un qualsivoglia territorio che pretenda a un certo momento di rendersi indipendente, pur non avendone il diritto. Quindi tutta la retorica dei popoli che dovrebbero poter liberarsi dal giogo statale quando vogliono, anche se le fonti del diritto più altolocate stabiliscono altrimenti, è semplicemente fuffa. Nel mondo reale la “libertà assoluta” di fare quello che si vuole (come individui o come gruppi) di certe narrazioni, che dipingono chiunque si opponga a essa come un barbaro o un fascista, semplicemente non esiste, e forse non può esistere, facciamocene una ragione. E, sì, il diritto è ancora importante, o dovrebbe esserlo: il fatto che noi ce l’abbiamo e le bestie no qualcosa dovrà pur suggerire.

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