Si parla più frequentemente dei candidati democratici alla Casa Bianca che di quelli repubblicani. Questo un po’ perché ormai di Bush e soci ne abbiamo (quasi) tutti le palle piene, ma anche per via del fatto che i due personaggi di spicco dell’asinello sono notoriamente una donna, sia pur completamente priva di sentimenti umani, e un uomo di colore (sì, insomma, stiamo parlando proprio di un bel NEGRO, al bando il politically e le paraculate). Due figure abbastanza carismatiche (ma secondo me non troppo): Hillary con la tutta la vicenda infinita, noiosissima del pompino e la travagliata storia della rivoluzionaria riforma sanitaria che costerà un culo di soldi, e che non passerà mai; e poi l’Obama, l’unico il quale potrebbe dare veramente una svolta alla politica estera americana, l’agnellino illibato che dice di voler subito incontrare tutti i capoccia dei vari stati canaglia del cazzo per redimerli e riportarli sulla retta via, colui che tuttosommato ha preso una posizione decisa contro l’invasione dell’Iraq (non tutti possono sboroneggiare in proposito, di questo gliene va dato atto). Per come stanno andando le cose in ItaGlia, penso che, se verrà eletto, come minimo le varie giunte comunali più o meno fuxia gli erigeranno statue equestri in quantità in un numero di piazze a caso, e diventerà l’eroe imperituro di tutti i centri sociali, spodestando Che Guevara, Ghandi, Arafat, la Bocassini e la Bhutto dai bandieroni per la pace (e magari gli verrà perdonato anche qualche “inevitabile” sbombardamento pro-democrazia in giro per l’universo).

Penso invece che la corsa tra i Repubblicani sia molto più pittoresca e affascinante.

Come tutti sanno, i cittadini americani possono decidere se votare alle primarie per il primate che rappresenterà costoro, oppure per quello che verrà sostenuto dai Democratici. La sfida si svolge stato per stato, e ognuno di essi mette in palio un certo numero di delegati alla convention del partito: insomma, il sistema è simile a quello usato per eleggere il presidente nel ballottaggio finale, con i grandi elettori, cazzi e mazzi. Una situazione del tutto atipica è anche dovuta al fatto che l’attuale vice di Bush, Dick Cheney, ha deciso di non candidarsi (del resto da uno che fa “pene” di nome cosa mai ci si può aspettare?).

Proviamo a infilare una sonda anale ai vari candidati.

Rudolph Giuliani, l’ex sindaco di New York, colui che ha unito inscindibilmente il suo nome al concetto (spesso sbandierato qua e là a casaccio appena qualcuno ruba una pera o palpa per sbaglio il pisello a uno sconosciuto sull’autobus) di tolleranza zero, fino a un po’ di tempo fa era considerato se non il favorito, quasi, mentre oggi il suo cammino appare molto più ostico. Tra tutti i candidati con qualche chance è quello che ha più difficoltà a ottenere finanziamenti (la somma fin qui spesa ammonta mi pare a circa un terzo di quella, stratosferica, di Obama, ma potrei dire cagate), ha rimediato alcune batoste niente male nelle votazioni che si sono svolte finora e la situazione non migliorerà di certo negli stati più conservatori, nei quali viene considerato troppo liberale; la sua posizione nei confronti di aborto, unioni civili e immigrazione è inoltre vista con sospetto. Quindi, corre il rischio di arrivare ormai fuori dai giochi quando il circo giungerà in quegli stati in cui avrebbe invece ottime potenzialità.

John McCain è il senatore dell’Arizona, l’eroe del Vietnam col membro sempre duro rimasto ferito e messo ar gabbio per cinque lunghissimi anni. Ogni volta che parla in TV gli appare alle spalle quella cazzo di bandiera americana gigantesca e lui non perde l’occasione per ricordare con aria commossa agli ammerigani di quanto sia stato figo quei giorni trascorsi tra i vietcong da giovine e tutto il resto (in pratica, è quasi la sua unica arma per vincere, ma la sta sfruttando bene). Ha un’immagine di persona leale e al di fuori di certi meccanismi di potere, ma la sua probità e il suo essere (relativamente) moderato non dovrebbe bastargli per strappare consensi negli stati dell’Ovest, dove è visto come vecchio, soprattutto dentro. Ciononostante è reduce dall’exploit nel New Hampshire, e potrebbe ripetersi in Michigan, stato multietnico che (non ho capito bene perché, devo approfondire) sta sul cazzo ai Democratici, e nel quale si sta votando or ora (pare sia tetta a tetta con Romney).

Ora mi reco dall’ex giocatore dell’Atalanta (questa è terribile e la capiranno in tre), poi magari un altro giorno riprenderò a elargire minchiate alle genti.