Ebbene sì, ai bei tempi non solo mi sciroppavo Nick Raider dal numero uno, ma in contemporanea anche il suo bonellide rivale. Balboa già dal nome rendeva chiaro dove volesse andare a parare, non è un pugile ma si pesca a colpo sicuro nell’immaginario dell’adolescente in piena tempesta ormonale. Sauro Pennacchioli, il suo creatore, sul web rivendica orgogliosamente l’intenzione di creare un fumetto ruspante e sincero destinato ai piccoli, senza le pretese intellettualistiche che funestano purtroppo tanti Bonelli veri. Il suo parere è che il giovine che si avvicina a questo mondo non vada scoraggiato e confuso con proposte troppo complesse e arzigogolate, perfino Topolino è saccente e cerca di compiacere i critici infilando paroloni e trattando tematiche sociali. (Poi non ho capito perché il fumetto complicato debba essere necessariamente poco avventuroso, come lui sostiene, boh). Non solo il nome, ma un po’ tutto in Balboa sprigionava volutamente poca fantasia: i suoi tratti somatici copiati in giro, il suo vestiario (idem), le sue pose in copertina con la pistola immortalata quale prolungamento del pene, la pseudoassistente (credo) giornalista rampante che era bionda e provocante, con du’ metri di gambe, e ovviamente da bravo stallone italiano lui espletava il suo dovere istituzionale da bomber. Il bonellide era tale fino in fondo, perfino nel tentativo di lanciare la serie parallela (Sonny Stern) su di lei, tipo Legs con Nathan Never, ecc. Balboa naturalmente era un buono e aiutava soltanto gli innocenti (se tutti gli avvocati la pensassero così gli studi legali sbaraccherebbero e la Giustizia non potrebbe funzionare, ma chi se ne frega, l’importante è strappare facili consensi presso l’esteso popolo degli ingenuotti e dei manettari).

Una delle sue fisse era l’ostentata contrarietà alla pena di morte (solo in quel caso si poteva derogare e difendere anche il colpevole che rischiava di finire arrosto sulla sedia elettrica): ma Balboa, da vero macho da telefilm, non era contrario così, come può esserlo un fricchettone strafatto d’erba che vive alla giornata. Balboa era contrario perché lui sapeva, perché lui aveva vissuto sulla sua pelle e fatto financo il Vietnam (la storia riuscita meno peggio per Pennacchioli è proprio quella). La cosa clamorosa che contraddistingueva la serie era però ovviamente la macchina della verità: addirittura tutti gli aspiranti clienti dovevano passare di lì, la macchina della verità non falliva. Mai. Ditemi voi come fa a non stare sul culo uno così. Il cambio di nome (pateticamente giustificato dalla trama, verso la fine) in Ronny Ross come ce lo spieghiamo? Improbabile causa intentata da Sylvester Stallone? Calo delle vendite e tentativo di tirare dentro qualche altro acquirente casuale, sperando nella distrazione (“toh, guarda, un nuovo fumetto, proviamolo… ehi, ma è quella vecchia merda di Balboa, ho preso la sòla”)?

Siccome ovviamente ho venduto tutto, provo a riscaricare una storia a caso per tirare su qualche altra cazzata. Numero cinque, Trent’anni dopo, testo di Sauro Pennacchioli, disegni di Morale-Cerreto. Si apre con la rubrica della posta, un tizio dice che le copertine fanno cacare e chi risponde ammette che è vero, ma miglioreranno (sì, ma in compenso diventeranno più trucide e tamarre). Come il titolo fa presagire, si parla di uno che ha perso la memoria e viene accusato ingiustamente di un orrendo crimine, si tratta di uno studente timido e impacciato (tutte le sfighe) andato in un fienile sperando di fare zozzerie con una tipa, ma trova il cadavere della sorellina piccina di lei, sviene e ovviamente gli danno l’ergastolo per direttissima. Aveva perso la memoria perché era stato picchiato, lo rimenano e la riacquista, non fa una grinza. Il resto potete immaginarlo. Notare la vignetta scelta per illustrare il post (Balboa è di San Francisco ma ci tiene a prendere le distanze dal mondo gay, non mi avrete mica scambiato per uno di quei ricchioni, ecchecaz).