Mi sovviene improvvisamente che non ho curato molto questo aspetto, ritenuto socialmente parecchio importante, ma sappi che questo sito è ricco di spoiler allegramente spoilerati, quindi se non vuoi farti del male (comunque in generale parlo di cose inaccettabilmente antichissime, per quelle recenti mi sto attrezzando). Di Blue Noah, a parte il character e mecha design di prim’ordine, apprezzo soprattutto i modi spicci. Nel superparlamento globale (o quel che è, dai, non mi va di guglare) si discute della minaccia aliena incombente, ma subito le cazzate pacifiste/terzomondiste vengono stroncate dalla brutale realtà: “Non dobbiamo mostrarci minacciosi, sarebbe folle, bisogna cercare di capire le loro esigenze di poveri e innocui invasori vagabondi privi di pianeta e offrirgli il culo, se poi ci attaccheranno sarà solo ed esclusivamente per colpa nostrAUAAAAAGH! BIM! BUM! CRASH! SBANG! SDENG! SBARABAM!”. Sarebbe bellissimo se accadesse qualcosa di simile anche nella realtà. A parte gli scherzi, Blue Noah non è certo un cartone guerrafondaio, anzi, il messaggio finale dell’ultimo capo dei cattivoni in collegamento con la nave terrestre va proprio nella direzione opposta, chi aggredisce (prima o poi) perisce. Nel complesso mi pare emerga una versione “de sinistra”, tutto l’ambientalismo spinto predicato in una situazione oggettivamente non facile, con la raccolta punti dei vari animali da non far estinguere, si sfiora addirittura l’antispecismo (“gli animali sono uguali a noi”, ecc.). Il top si raggiunge con i due rincoglioniti che, mentre la guerra infuriava tutt’intorno e la situazione appariva disperata, frignavano perché volevano andare a fare gli hipster sull’isolotto e mettersi a coltivare le cazzate. E il comandante veniva pure dipinto come “quello duro” perché inizialmente non li assecondava (ovviamente questi “nella realtà” sarebbero stati sbattuti in qualche stanzino buio e gelido ben legati, o serenamente dati in pasto agli squali… nel cartone invece la Blue Noah si smazza tutto il viaggio turistico per portarli a destinazione, servendoli e riverendoli, mentre l’avversario mette a punto l’arma fine ti monto). La cosa incredibile è che, dopo aver messo a repentaglio la loro vita e quella dei soccorritori, e aver fatto perdere altro prezioso tempo, ‘sti due ancora continuano a menarla con ‘st’isolotto del cacchio nel quale vogliono tornare per vivere secondo i loro sciocchi e poco evoluti ideali. Ma lol. Vabbè, sono cartoni animati, totalmente irrealistici e pregni di buoni sentimenti un po’ affettati (che mi pare in qualche modo di udire pure nelle comunque splendide e maliconiche musiche composte dai defunti Masaaki Hirao e Hiroshi Miyagawa), come si usava molto tempo fa, anche per questo li amiamo. Riguardo agli spostamenti, essendo assai distratto mi sarò sicuramente perso qualche pezzo o avrò capito male, ma inizialmente il viaggio verso le Bermude appare una roba piuttosto lunga e complicata, o è quello che viene fatto intuire. Poi la Blue Noah si gasa, si convince delle sue possibilità, innesta il turbo e pare improvvisamente in grado di andarsene da un polo all’altro e da un pianeta a quello successivo in men che non si dica con grande agilità. Ripeto: è questo che rende adorabili i cartoni, è un po’ come quando da bambini ci dedicavamo a un qualche gioco, non andava proprio tutto per il verso giusto e poi ci inventavamo qualcosa, una scorciatoia, una nuova regola, e vincevamo lo stesso, o in generale ci mettevamo a deformare e ad aggiustare la realtà e le sue situazioni più ordinarie e bigie grazie al potente e fervido aiuto dell’immaginazione, allora incontenibile.

A parte quei tre o quattro personaggi carismatici (direi il comandante Eiji Domon, con la sua tormentata storia personale della quale sinceramente un po’ sticazzi, Hulgens e Zetler), abbondano i figuranti, lo stesso Makoto non fa nulla di speciale a parte esistere, con l’appropriata baldanza e il contrattuale piglio giovanile, ed essere “figlio di”. Quindi doveva sopravvivere, insieme al suo illustre patrimonio genetico. Largo ai giovani e alla speranza, il ciclo della vita, ecc. Molta importanza viene nipponicamente data al sacrificio, le rare perdite umane dell’equipaggio della Blue Noah sono perlopiù kamikaze (la seconda guerra mondiale nel ’79 del resto volendo era ancora un trauma piuttosto fresco). Abbastanza interessanti, anche se sviluppate solo con piatte modalità da cartone animato, le varie lotte di potere tra i gerarchi gothamiani ignari della drammatica realtà che si va consumando intorno a loro. Ovviamente il finale è sorprendente e di grande effetto, peccato non abbiano osato ancora di più (chessò, il satellite dei malvagi che si sfracella sulla Terra e la Blue Noah che resta sola soletta a vagare poeticamente per lo spazio, con tutte le problematiche di carattere sessuale e riproduttivo annesse, vista la sbilanciatissima composizione dell’equipaggio).

Il doppiaggio fu affidato allo studio di Tony Fusaro, quello del wrestling (“scomparso dalle scene, si diffuse la voce che fosse morto, voce smentita dallo stesso Fusaro nel 2006” nel corso di qualche a me oscura trasmissione radiofonica probabilmente dedicata al nostalgismo più svaccato). Ottima, quasi da Istituto Luce, la voce del comandante, fornita da Mauro Bosco, nato nel lontano ’38, e si sente. Mentre lo stesso non si può dire di quelle di altri personaggi, un po’ tirati via, in particolare la già di per sé scialba e insignificante Kei Domon alla quale Cristina Piras fa pure sbagliare diversi congiuntivi (sì, magari la traduzione non è opera sua, ma io mi sarei rifiutato di declamare quella roba). Se girate per YouTube troverete pure gli imperdibili video della coppia Fusaro-Piras alle prese con le letterine degli amanti del catch. Nella versione italiana del cartone il cuoco della nave si chiama Gennarino, è napoletano e canta ‘O sole mio ogni due per tre per ribadire il concetto. In Thundersub (versione inglese) parla con accento francese. Che smacco per la nostra cucina.