Diabolik ha avuto un posto di rilievo nella mia formazione fumettistica, eppure stranamente non ne ho mai parlato qui. Lo trovavo soprattutto nelle bustone delle edicole, svenduto a quintali, oppure qualche compagno se ne liberava per far posto sulle mensole a qualche orpello più alla moda. Perché già allora, si parla di moltissimi anni fa, Diabolik sembrava una roba antiquata, sorpassata, di scarso valore, il suo mostrarsi malvagio e politicamente scorretto non impressionava più nessuno, a momenti te lo ritrovavi pure al catechismo, tra una copia de Il Giornalino e l’altra, sfuggito alla censura distratta di preti e monache, in tutt’altre faccende affaccendati (di solito modi creativi per spillare quattrini alle famiglie). Andavi dal medico e, insieme alla copia bisunta e rabberciata di Gente con la regolamentare intervista a Maria Giovanna Elmi che spiegava come facesse a mantenersi giovane e in forma, lui stava lì, che ti fissava da sotto il sopracciglione con lo sguardo penetrante. Diabolik era sostanzialmente La Settimana Enigmistica del fumetto. Non parlatemi di evoluzione del personaggio oppure di quella volta in cui sono usciti trasgressivamente dagli schemi e hanno deciso di rivelare i grandi segreti inconfessabili dell’ispettore Ginko, tipo che nella carbonara lui ci mette la merda.

Prima di cominciare a scrivere questo post, nato col solo intento di colmare quella mezz’oretta che mi separa dal sonno eterno, mi sono addirittura letto un intero post di Scanzi (sono stato sul suo sito, ora mi sento sporco) e mi accorgo che avrei potuto dire le stesse cose. Io come chiunque altro, su Diabolik non si possono che scrivere quelle precise identiche parole lì, disposte più o meno nello stesso modo. Perché allora, mi chiedo, Diabolik mi suscitava empatia, nonostante la sua immutabile mediocrità mi fosse sotto sotto ben chiara fin dall’epoca? (Mediocrità che poi è la chiave del suo successo… tempo fa ho letto la classifica dei fumetti italiani in quel momento più venduti e sono rimasto sconvolto dall’apprendere che esisteva ancora, e che anzi tirava benone, in relazione allo stato di salute comatoso del medium). Insomma, ho venerato Dexter, nutrivo simpatie per Diabolik… noto una certa, preoccupante passione per gli psicopatici che si dedicano al crimine con certosina e maniacale perizia. La caratteristica che più colpisce di Diabolik infatti non è lo sguardo magnetico o il fatto che la faccia sempre franca, ma l’onniscienza. Ma non un’onniscienza vaga, intellettuale, fuffosa, bensì pratica, efficiente, relativa al saper fare le cose che realmente servono nel momento in cui. Diabolik insomma è un po’ come il parente che sa fare tutto, e bene, aggiustare le lavatrici, l’impianto del gas, le serrande, è l’uomo capace di parlare il linguaggio segreto e inaccessibile delle stampanti. A differenza di Scanzi non penso che le autrici e i loro collaboratori meritino grandi riconoscimenti, secondo me le storie gli uscivano con qualche specie di generatore automatico, è probabile che molte fossero proprio quasi identiche tra di loro, ma che nessuno se ne sia mai accorto, oppure dopotutto andava bene così. Il fumetto nei decenni passati, prima dell’avvento dirompente degli smartphone nelle case, è stato uno dei grandi riti degli italiani. Nessuno chiedeva a Diabolik di cambiare, ma solo di esserci, di perpetuare pigramente le sue abitudini. Questo implica il (triste) fatto che inconsciamente non si attribuisse perlopiù un grande valore culturale e artistico al mezzo di comunicazione fumetto di per sé, era un’abitudine come tante, come il caffè e le sigarette, come il biliardo e le partite a carte nei bar. Non gli si chiedeva molto più di questo: sopracciglioni feroci, qualche morto ammazzato e un po’ di effetti speciali paracircensi per passare il tempo. In particolare l’atto (se ci si riflette su del tutto improbabile) di sostituirsi continuamente ad altre persone con quelle assurde maschere forgiate per l’occasione era ripetuto così spesso da poter essere considerato non l’evento incredibile, traumatizzante e speciale che in teoria dovrebbe essere, ma un’azione comune, e quindi banale e priva di fascino, quale può essere nella vita dell’uomo medio l’esplorarsi il naso tramite l’ausilio delle proprie adorate falangi.

Per Diabolik (ed Eva Kant, che alla fine è solo un Diabolik 2 con la vagina al posto del cazzo, quindi non merita particolari approfondimenti) il valore della vita umana è insignificante rispetto a quello dei diamanti, non fa che mostrarlo in ogni occasione e in qualsivoglia decisione, e questo dovrebbe impressionare. Ma il personaggio non è poi così caratterizzato, è una sorta di bot un po’ autistico che probabilmente non ha mai riflettuto veramente su se stesso e sul significato più profondo delle sue azioni (anche perché se lo avesse fatto si sarebbe trasferito da tempo alle Maldive a godersi il grano), ma che ha imparato a fare quelle quattro cose e che pare metterle acriticamente in atto per inerzia. (Sì, lo so, prima ho parlato di onniscienza e ora lo dipingo come una figura limitata… ma alla fine è così, magari è in grado di risolvere tanti problemi, e pure le equazioni più impervie, ed è dotato di numerose abilità, ma si tratta di impercettibili variazioni sullo stesso tema). Resta l’ispettore Ginko (già il nome), che viene sempre gabbato e quindi bisognerebbe solo prenderlo per il culo, ma nel fumetto viene disegnato e presentato come uno traboccante di carisma anche lui, che si lascia sfuggire regolarmente Diabolik, ma che se ci si mettesse sul serio, un giorno, chissà. Ricordo che divoravo gli albetti sperando sempre in una sua reazione, in uno scatto d’orgoglio, pensando “ma questo prima o poi se le farà due domande?”, ma niente. Eppure resto convinto che l’inspiegabile e statuaria irrilevanza impomatata dell’ispettore Ginko abbia in qualche modo segnato irreversibilmente tutti noi, che da allora ancora stentiamo a riprenderci.