Gigantor soffre della plurimenzionata (da me) sindrome da prodotto di intrattenimento esistito in quell’oscuro lasso di tempo che si colloca prima del boom del web, se ne parla pochino in rapporto all’importanza storica e all’influenza esercitata, visto che si tratta del primo anime tratto da manga con protagonista un robottone (scusate se è poco). Anche fuori dalla rete – almeno in Occidente, in patria almeno la statua gigante gliel’hanno eretta – sospetto che non gli sia attribuita la giusta importanza, altrimenti qualcuno si sarebbe sbattuto per reperire illegalmente i ben 44/45 episodi dell’originale giapponese non adattati per il pubblico americano e quantomeno sottotitolarli in un idioma comprensibile alle masse. Capisco che sorbirsi un cartone animato degli anni Sessanta in bianco e nero senza la molla nostalgica (in quanti l’avranno visto all’epoca negli USA, dove gli anime hanno attecchito come fenomeno di massa con notevole ritardo?) richieda una certa abnegazione e che sono stati realizzati pseudoseguiti, pseudoremake e quant’altro, però ecchecaz, possibile che in giro non si nutra un minimo di interesse storico per queste anticaglie? Alla fine Gigantor è un po’ penalizzato dal suo aspetto demenziale, avesse avuto lineamenti più slanciati e accattivanti, un volto meno furbetto e più carismatico da robot che, clang clang, non deve chiedere mai, non fosse stato una via di mezzo tra uno scaldabagno volante e un pupazzo di neve (oh, a me il naso pare una carota metallica), avrebbe senz’altro mantenuto uno stuolo di fan ben più nutrito.

Gli elementi stilistici tipici del genere sono in buona parte già presenti, esaltati dai fiati dell’inseparabile, travolgente motivetto, ossessivamente ripetuto: l’epica robottonica (il discorso è prettamente e apertamente quantitativo, si mette subito in chiaro che Gigantor è quanto di più grosso, forte e veloce sia possibile trovare in circolazione, ed è proprio per questo che il bimbame di tutto il mondo dovrebbe adorarlo); gli schemi secondo i quali le storie solitamente si dipanano; le inquadrature, le sequenze dell’ammasso di ferraglia che prende vita – Mary Shelley viene omaggiata nei titoli – e spicca il volo leggiadro nei cieli azzurri rammentano in maniera disturbante le serie che hanno cresciuto e pasciuto intere generazioni di piccoli italiani (e, visti i risultati, non so se). La differenza principale sta nel fatto che Gigantor/Tetsujin è radiocomandato, quindi si vede in continuazione questo dodicenne con i suoi grandissimi e giapponesissimi (non molto, in verità) occhioni neri che sbuffa e fa ricche seghe al joystick. Poi ‘sta roba che nei manga e negli anime rendano così spesso protagonisti dei bambini e degli adolescenti (visto che il pubblico è quello e si deve immedesimare sennò non li compra) è meravigliosa, dato che alla fine Jimmy Coso, calzoni corti a parte, si comporta come un adulto fatto e finito, guida ostentando virile sicumera, nuota inabissandosi caparbiamente nelle profondità marine, viene rispettato e tenuto in grande considerazione dalle autorità, ecc.

Lo schema di ogni puntata, sostanzialmente, è il seguente: voce profonda rimbombante che declama il titolo (fondamentale, fa molta scena), tizi con degli ingombranti occhiali da sole – poi si scoprirà che sono vespe, venditori ambulanti alieni o creature generate a sua insaputa dalla massa adiposa di Mario Adinolfi – che commettono qualche odioso reato minore, tipo, non so, nuclearizzare il centro della città, capo della polizia imbranato che viene avvisato e comincia a sudare copiosamente, regazzino che viene interpellato, o comunque arriva a conoscenza del nefasto evento, suda in maniera invereconda pure lui, ci pensa un po’ su e poi esclama “ehi, ho un’idea incredibilmente originale, potremmo chiamare Gigantor e ci pensa lui, fa pure il caffè!”, pacche sulle spalle per la geniale intuizione da parte del tipo non molto significativo che se l’è accollato (essendo il padre stiantato nel tentativo di dare finalmente un robottone alla patria) e di tutti gli altri.

Ovviamente non fila tutto liscio altrimenti le puntate non potrebbero durare una ventina di minuti abbondanti (ci sono pure le storie “doppie” o “triple”). Generalmente Gigantor viene arrestato in qualche modo, nei primi episodi al Polo Sud per esempio riescono a congelarlo con l’apposito raggio, ma la suspense dura poco perché c’è subito pronto uno dei buoni più rilevanti che gli appiccia attorno un bel falò (sospensione dell’incredulità, andrà a fuoco pure l’alter ego coi transistor del gigante Grissino? i delicati circuiti di mille valvole ne risentiranno? ma no, dai, non se la beve nessuno) e via a menare sempliciottisticamente tutto quello che respira o che reca l’etichetta “cattivo” stampata in fronte. Se non è il ghiacchio è una megaragnatela megacagata dal megaragno finale, delle sabbie mobili, il silos dei donatori di sperma che gli si fracassa addosso invischiandolo appiccicosamente, ma insomma, l’occasione è ghiotta per mostrare ancora l’immensa capacità delle ghiandole sudoripare del fanciullo e del resto della ciurma.

Inatteso momento ecologista quando un Gigantor radioattivo e momentaneamente schifato dalla popolazione (ma basta un tuffo in mare e passa tutto) si prende cura di uno stormo di teneri volatili – faticano a stargli appresso e ogni tanto deve raccattare quelli che cadono svenuti lungo il percorso – e li guida verso il ramazzottiano nido promesso. Improvvisi momenti buonisti quando il robot salva il disco volante dell’empio di turno che sta per finire ingoiato dal vulcano, ma quello non ci sta, non voglio essere salvato da te, mollami brutto ciccione volante, reazione spiccia dello scaldabagno silenzioso, e vabbè, allora sticazzi, brucia pure orribilmente nelle fiamme dell’inferno, che ti devo dire; o quando uno dei superscienziati cattivi più affezionati, ormai sgamato, decide di togliersi pirotecnicamente la vita, e la cumpa dei buoni gli tributa un minuto di silenzio con tanto di lacrimucce (o, più probabilmente, gocce di sudore) che colano lungo i visi.