Gli ungheresi a quanto pare erano bravi con i cartoni animati, anche se ovviamente dalle nostre parti “nessuno lo sa”, come dimenticare Vuk – Il cucciolo di volpe, film a firma Attila Dargay, altro che la Disney, o il surreale Gustavo. La famiglia Mezil (Mézga család in magiaro) ha la particolarità di articolarsi in tre serie da tredici episodi cadauna, ma allora la vita veniva presa in maniera più rilassata, il socialismo di Stato che cullava le genti proteggendole dall’insana frenesia del materialismo consumistico, ecc. La prima infatti risale al 1968-’69, ma perché veda la luce la seconda occorrono ben tre anni (pensate ai ritmi folli e scriteriati delle uscite delle serie TV attuali). Per Vakáción a Mézga család sarà necessario addirittura aspettare il ’78 (per gli ungheresi, inutile dire che da noi sono state trasmesse dopo). La casa costruttrice Pannonia aveva intenzione di lanciare una quarta serie nel 2005 (!), ma fu prodotto soltanto un episodio perché le erano finiti i soldi, se la mia conoscenza dell’idioma magiaro non mi tradisce.

I ritmi poco frenetici, quasi inaccettabili al giorno d’oggi, sono propri anche del cartone stesso, alla fine descrive una famiglia media ungherese (non così diversa da quella occidentale dell’epoca) con il padre che è appena più evoluto di Homer Simpson e ama principalmente stare sulla poltrona a leggere il giornale. Ok, alla fine è parecchio sopra Homer (cerebralmente), ma lo è soprattutto per demerito di quest’ultimo; diciamo solo un uomo medio molto medio appena rivestito da una grigia patina da burocrate spalmato di dirigismo. La parte di Lisa (pargolo intelligente del mucchio) la fa il maschietto – altri tempi, fallocrazia dura – caratterizzato anche visivamente in maniera piuttosto ordinaria e poco eccitante. Niente arguzia spocchiosa e saggezza precoce sfoggiata ogni due per tre stile “mo’ ti faccio riririvedere quanto ce l’ho più lungo dei grandi, l’intelletto”; niente conflitti interiori laceranti, sensibilità vegana o introspezione psicologggica; si tratta di un’intelligenza pratica, manuale, vecchio stampo, che bada al sodo pur sognando il futuro (i pezzi presi in prestito da elettrodomestici vari per costruire l’aggeggio che gli permette di sintonizzarsi col parentado del tremila dopoGrisdo). La sorella è frivola e poco accennata. Il cane regolamentare particolarmente irsuto e stralunato bau bau. Per esagerare ci hanno messo pure il gatto (almeno mi pare ci sia un gatto, l’ho visto un po’ di tempo fa). La mamma, perennemente in bigodini da quel che mi ricordo, esiste per cacare il cazzo e lamentarsi. Il parente del futuro è cerimonioso e un po’ palloso (ma il vortice psichedelico che compare durante il collegamento è di quelle cose che non si scordano). Il vicino di casa ha quel tocco di malvagità mefistofelica che secondo me non guasta, chiaro l’intento degli autori di deridere la pochezza dei rapporti umani tra condomini, argomento sempre di spinosa attualità. La bizzarra commistione tra ordinaria vita di tutti i giorni e fantascienza bislacca è potenzialmente un cocktail esplosivo, ma alla fine La famiglia Mezil piace moderatamente per il suo umorismo garbato e mai sopra le righe, con quello stile “disegnatoamanocomeunavolta” che è la morte sua.