Io proprio non so come si faccia a dire bene di fumetti come questo L’Emblema di Roto, sostanzialmente un anonimo clone di Dragon Ball (per quel che ne posso capire) che più stereotipato di così si muore. Per tutto il tempo, si parla di ben venti e passa volumetti, un regazzino, dotato di una personalità a metà strada tra quelle di un pungitopo e di Roberto Speranza, con i regolamentari capelli spigolosi alla Final Fantasy, si mena stancamente con le altre creature che incontra lungo il cammino, usando come pretesto varie boiate che vengono enfaticamente strillate da qualcuno a bordo campo, l’ovviamente prode guerriero ovviamente orfano dei genitori ovviamente vittima di un complotto ovviamente riesce a salvarsi e ovviamente appena è un po’ più cresciutello vuole vendicarsi delle forze del Mal… Zzzzzz, noi poveretti ai quali madre natura ha dato in dono il deficit d’attenzione proprio non ce la possiamo fare. Immagino che la saga di Dragon Quest nella quale è inserito (pare che per capire alcune robe e fare certi collegamenti sia necessario averci giocato) sia videoludicamente più interessante, dato che menare in prima persona, o comunque influenzare in qualche modo il menaggio, è certamente più interessante che guardare sgorbi neanche particolarmente ben disegnati che si menano all’interno di anguste vignette. Ah, ma è opera del grande maestro Salcazzo Ishicoso, venerato da tutti, ho visto gente che al Lucca Comics si prostrava in lagrime al suo cospetto facendosi autografare l’ascella sinistra, come fai a criticare. Ah, ma ci sono i colpi di scena, vuoi mettere. I colpi di scena. Dopo sessanta pagine nelle quali tutti menano tutti, indefessamente, Astea confessa che il suo colore preferito non è mai stato il giallo albicocca, come aveva giurato e spergiurato, perché minacciata di morte e sciagure, davanti alla corte suprema del grande re magico Imajin riunita in gran segreto, bensì il marrone foca. Jagan, allora, tutto tremante dallo sdegno, mette su un muso che non finisce più, e dopo altre novantotto pagine di combattimenti contro i panzerotti fritti mandati da Zebur cede anche lui: il giallo albicocca in realtà lo ha sempre fatto cacare come colore, inoltre suo prozio non era un normale essere umano bensì un drago, colpito dalla maledizione di Necros e pertanto trasformatosi inavvertitamente in Adinolfi mentre faceva la fila al Carrefour, ma trovando la sacra spada del regno di Lauran e infilandosela tutta su per il retto un giorno potrà guarire e ritorn… Zzzzzz.