Ho letto il manga prima di vedere l’anime, pertanto lo preferisco. Poi, ammettiamolo, la carta (o il Kindle, è uguale) per un motivo o per un altro stravince – quasi – sempre. Come tutti ho adorato la soave poesia di questa storia in cui due imbranati pesantemente condizionati da usi e costumi locali diciamo non proprio sanissimi ci mettono dozzine di albetti prima di scambiarsi un inequivocabile segno di pace stringendosi affettuosamente e reciprocamente amene parti anatomiche a caso. L’aspetto che rende speciale Maison Ikkoku è che all’estatica e un po’ aliena delicatezza delle vicende viene abbinata quella stramba e adorabile carica demenziale che ha contribuito all’inesorabile colonizzazione culturale dell’Occidente da parte del Giappone nei recenti decenni. In primo luogo il personaggio di Yotsuya (semplicemente geniale, il migliore), con la sua invadenza e il sintomatico mistero che lo avvolge: Yotsuya non prova alcuna vergogna per i suoi immensi e straripanti difetti umani, per il suo essere continuamente molesto, ma con stile, anzi, ci sguazza e se ne bea, e per questo lo si ama incondizionatamente; il sorriso Durban’s del contendente, il maestro di tennis (Mitaka, ma vedi un po’ se devo guglare una roba del genere… purtroppo con i nomi giapponesi sono un disastro), sempre perfetto e irreprensibile, allo scopo di esaltare per contrasto la paperinesca imperfezione e umanità del povero e sfigato Godai; ma poi la ridancianità umorale e disperatissima dei personaggi di contorno che popolano il matto, matto condominio, che ricorda un po’ la miseria di certa logorroica fauna dostoevskijana sempre intenta a sputare catarro e ipocondria agli angoli delle strade. Qualcuno ci ha visto i presagi della crisi economica che avrebbe funestato il Paese di lì a poco: mi pare troppo, però sai che un po’ di Abenomics, qua e là… Non che il cartone animato sia male, ne esce particolarmente bene il cane, oltremodo peloso, che poi nella commedia degli equivoci permanente in sostanza è l’ex marito, con l’essenzialità dei suoi inverosimili bau.

Maison Ikkoku ovviamente è una storia di gente che cambia, che cresce, ed è incredibile la sensibilità con la quale questa crescita viene descritta e fatta percepire al lettore, è lì la meraviglia, nel contesto di una società giapponese dell’epoca apparentemente assente, ma in realtà estremamente severa e tradizionalista. Una società nella quale l’esistenza dei fuori corso non è nemmeno concepibile, se canni un esame, per giunta sostenuto all’università un po’ più scalcinata della media, e fai seppuku in piazza l’atto è considerato tacitamente sacrosanto, doveroso, non c’è nemmeno da discuterne. Altro che le critiche a Martone e Padoa Schioppa. Un’altra cosa azzeccata del manga è il finale: ok, la sua lietezza era scontata, ma mi piace la rappresentazione, con addirittura un albo se ricordo bene interamente immolato alla ricostruzione della cerimonia nuziale, il traguardo tanto agognato e finalmente tagliato, per esaltarne l’importanza sociale e la centralità nella psicologia e nell’immaginario dei personaggi. Una scelta che sa di concessione alla più pecoreccia romanticheria femminile da fotoromanzo, ma il silenzio che avvolge le vignette, ipoteticamente di un candore spaziale abbacinante, lo rende una sorta di viaggio onirico, quasi paragonabile per i livelli di allucinazione raggiunti alla parte più psichedelica di 2001: Odissea nello spazio. Il cartone animato rispetto al fumetto risulta meno intimistico e votato all’essenzialità, privilegiando com’è anche ovvio l’intrattenimento più immediato, pur restando nell’alveo di quella compostezza nipponica ammantata di pseudosaggezza un po’ cialtrona e di quella ricerca del realismo (relativamente al tipo di prodotto, che sarà pure un seinen ma alla fine, diciamocelo, è destinato in primo luogo ai regazzini) che avevano contraddistinto il manga, facendone un classico irrinunciabile.