Il mondo dei manga è semplice, un autore (o un’autrice) comincia una storia, abilità nel disegno pari a quella di un bambino dell’asilo cieco, senza mani, senza talento, la storia ha un successo strepitoso, i fan scalpitano sotto casa perché venga portata avanti il più velocemente possibile, l’autore (o l’autrice) comincia a prendere fiducia nelle sue possibilità e a disegnare sempre un po’ meglio, però si blocca per problemi personali, veri o immaginari, viene annunciata la realizzazione dell’anime tratto dall’opera, i problemi personali aumentano mentre la voglia diminuisce, la storia prosegue sempre più a singhiozzo e a casaccio, l’anime intanto ha un successo ancora più sbalorditivo, i fan impazzano nelle strade, nelle fiere e nelle fumetterie, i cosplayer dall’età sempre più avanzata si denudano sprezzanti del ridicolo, ecc. Nana di base è un prodotto platealmente odioso e per bimbiminkia più o meno inconsapevoli, ma c’è qualcosa che spinge a guardarlo, puntata dopo puntata, forse oltre la semplice curiosità relativa all’evoluzione della mera trama, impulso valido più o meno per qualsiasi opera seriale, pure per le telenovela venezuelane anni Ottanta, che però non erano così graficamente appaganti. I suoi petulanti e fastidiosamente magri protagonisti hanno bisogni e desideri futili, pettinature intollerabili, fa sorridere la scelta di eleggere a modelli di riferimento per la protagonista (nel senso della Nana sfigata) e per il giovane pubblico musicisti rock maledetti e trasgressivi un tanto al chilo. Insomma, è solo posa sciatta, poco convinta, imitazione ingenua e sciagurata di archetipi ben più gloriosi, non impressionano nessuno, o almeno non dovrebbero. Non voglio fare quello che i ggiovani d’oggi, ma insomma. Sì, i ggiovani d’oggi. Com’è possibile che questa roba (peraltro il manga risale al 2000) abbia avuto tutto questo successo. Quelli di ieri un po’ di speranza in più te la davano, bisogna ammetterlo. Forse ci ingannavamo. Dev’essere successo qualcosa che ci è clamorosamente sfuggito, che nemmeno le puntuali analisi di Mentana sono riuscite a inquadrare, e a blastare. Sarà l’aria, sarà l’acqua.

Tutto l’anime ruota, incredibilmente, intorno al nulla, o, più esattamente, al poco, al molto poco: la Nana sfigata è debole e pasticciona, si innamora di uomini sempre più grandi e più sbagliati, ma non si riesce mai veramente a provare empatia per lei (o almeno io non ce la faccio, ma forse sono ormai troppo grosso e peloso per queste cose). Non è che proprio non ce ne freghi un cazzo di quello che dice o che fa, delle sue inenarrabili emozioni di quando va al supermercato a fare la commessa, o di quando altruisticamente cucina un sacco di leccornie visivamente molto ben presentate per la cumpa, ma l’interesse è sempre blandissimo. La Nana cantante maledetta se la tira e pare nascondere chissà quali reboanti segreti, ma insomma, di gente che di professione fa la preziosa emanando scazzo cosmico e strutturata darkettonità al mondo ce n’è a bizzeffe, non mi pare questa novità sconvolgente in grado di tenere desta l’attenzione più di tanto. Poi c’è la coppietta saggia e perfettina che pare stare lì per sparare giudizi ponderati sugli altri, risultando chissà come mai poco simpatica. Il musicista calvo che sa bene quanto sia duro sfondare veramente nel mondo del roccherolle, non basta piazzare una sola hit come Marco Ferradini, e per questo ha studiato per fare l’avvocato (Giurisprudenza come facoltà salvifica, concezione che cominciava a vacillare già nella Calabria di quarant’anni fa) è uno dei pochi guardabili, sia pur nel manierismo da personaggio assennato e pacato amico di tutti dalla voce profonda, ma insomma, non mi pare basti per giustificare tutto l’ambaradan.

Screencap gentilmente offerto da Eleonora in giapponese.