Lo collezionavo dal numero uno, poi un giorno vendetti tutto in blocco insieme ad altra roba a un tizio con la romanità stampata in fronte che giunto a casa mi fece tutta una scena che manco Giorgio Mastrota per avere 5.000 lire di sconto sul prezzo pattuito (quanto mi piace la parola pattuito, perché non si usa di più?), ‘sto qua si pensava incredibilmente furbo perché con la sua tecnica riusciva a scroccare 5.000 lire finali sul prezzo probabilmente a casa di quasi tutti quelli dai quali andava a raccattare fumetti o altro, ma un momento, la sua era un’offerta speciale perché sì, è vero, ti ciulava 5.000 lire, ma nel prezzo era generosamente compreso chissà perché anche un caffè che ti avrebbe alla fine offerto nel bar più vicino, ovviamente gli dissi che poteva cacciarselo, bollente, nel culo, con tutta la tazzina.

Perché parlo di tutto ciò. Perché di Nick Raider evidentemente non c’è nulla da dire, la scelta più trasgressiva stava nel nome dell’eroe con le iniziali diverse, niente Mickey Mouse, Donald Duck, Dylan Dog, Martyn Mystère, Nathan Never, chissà cosa spinse il sempre prudente Bonelli a una decisione così spericolata. Ricordo quegli inserti che metteva per pubblicizzare le nuove uscite: “Cari lettori vicini e lontani, mi dispiace ma siamo costretti a triplicare il prezzo della testata X, sapete, non vende più come una volta, ormai la gente, oltre a non andare più in chiesa, non compra più i fumetti ma va al cinema a vedersi i porni o affitta le videocassette zozze, e poi c’è la crisi, e la carta, uh, non potete capire quanto sia aumentata di prezzo, ormai non ho più i soldi nemmeno per pulirmi il culo, e saccheggiare ogni mese un romanzo o un film diverso ci costa tantissimo sforzo”.

Difficile immaginare un fumetto più convenzionale in ogni suo aspetto (eppure capace di colpire l’immaginazione dei finlandesi, che se lo sono tradotto). Un giorno un pittore mi fermò mentre indifferente uscivo dall’edicola recando un albo giallo sotto le ascelle, chiese di vederlo e scandalizzato criticò l’inaudita rozzezza sbrigativa dei tratti (mi pare che il disegnatore fosse il defunto Capitanio). Eppure Nick Raider non era brutto o malfatto, aveva una sua professionalità, era un prodotto d’intrattenimento dopotutto dignitoso, teneva compagnia nei duri momenti dell’abbiocco postprandiale, essendo improntato a uno spiccio pragmatismo e ad abusati stereotipi le puntate venivano digerite più facilmente di quelle di Dylan Dog, specie quando di questo capitava l’albo con ambizioni filosofiche, o di Nathan Never, che aveva la pretesa di mandare avanti saghe, viaggiare su e giù per l’iperspazio e costruire mondi (ovviamente rubati acriticamente a qualche Urania nemmeno troppo sconosciuto). Insomma, alla fine le storie con un omicidio e un tale senza grande personalità che deve acciuffare l’assassino andando nella tana dei cattivi a sparacchiare, buttando là di quando in quando un “Giuda ballerino!” (ah, no, si vede che la sua frase standard per atteggiarsi a macho era talmente insignificante che manco me la ricordo, nonostante abbia letto dozzine di numeri e la ripetesse regolarmente) non richiedono un grande sforzo cerebrale per essere comprese, e questo fece probabilmente la – limitata – fortuna della serie.