Nell’immagine: Rocky Joe sorpreso a partecipare a un’adunanza del movimento #MeToo nella prefettura di Tokushima.

Iniziato Ashita no Joe 2 in ita. Il vecchio della palestra di boxe da nonno è stato retrocesso a zio della tizia (che ora è figa davvero ma si chiama Alex). Nishi è diventato Igor (!). Danpei è zio (zio di tutti) Frank. Ricky gli hanno dato un altro nome (non era facile). (Rocky) Joe avevano pensato di ribattezzarlo Asdrubale Pizzaballa ma poi. (Da un mio tweet di qualche tempo fa. Sì, poi ho finito di vederla, la seconda serie, assai gradevole allo sguardo anche se resto troppo affezionato al look più grezzo, sporco e violento della prima).

A un certo punto in riformatorio Joe ha un’epifania, si rende conto di una cosa molto semplice, ma incredibilmente importante e destinata a segnarlo. Nel corso della sua esistenza non gli era mai capitato di crescere, di migliorare in qualcosa grazie agli insegnamenti e al supporto di un’altra persona (in questo caso i tentativi, perfino quelli improbabili, epistolari, quasi poetici di Danpei di fargli apprendere i rudimenti della boxe). Aveva sempre fatto tutto da solo, un po’ perché circondato dalle baraccopoli e dal disagio, non solo economico, un po’ per il suo approccio testardo da spirito libero alla vita. A questo proposito, un’altra scena assai significativa è il flashback della corsa, di quando era piccino. Il Joe in miniatura trattiene il fiato, aspetta che la pistola esploda il colpo, si gira e sbuffando corre con tutte le sue forze in direzione ostinata e contraria rispetto a tutti gli altri, come se fosse la cosa più normale del mondo. Questo l’ho trovato molto bello e mi sono, sniff, immedesimato. La retorica originaria, assai solenne, idealisticamente esasperata e giapponese, del «Joe del domani» viene in parte irriguardosamente calpestata dalle sigle scanzonate e di facile presa – estremamente diverse dall’interpretazione teatrale e dalla voce grave dall’Ashita no Joe cantata da Isao Bitou – con le quali l’anime è stato riconfezionato da noi. (Parlo ovviamente di Oliver Onions e Massimo Dorati, entrambe le canzoni di per sé sono peraltro splendide e indimenticabili, io sono affettivamente legato in modo particolare alla prima, al ricordo dello scassone Mivar della mia cameretta sintonizzato su chissà quale putrida emittente locale che mandava sempre le stesse puntate, le immagini traballanti, spingendo la mia mente altrettanto malferma da adolescente a ricostruire fantasiosamente i pezzi mancanti della trama).

Diciamoci la verità, il personaggio di Toro Riki ha perfino più carisma di Joe e degli altri prestigiosissimi sfidanti, non so in quanti cartoni animati accada che il cattivo (ma Riki è tale? nella boxe, anche in quella vera, è tutto uno sconfinato odi et amo catulliano e umidiccio tra i protagonisti) superi in popolarità addirittura il titolare della serie. Cosa sancita e celebrata dall’incredibilmente toccante Rikiishi Toru no Theme, che funge da sigla di chiusura degli episodi dal quarantuno al settantanove della prima serie. Se ben ricordo Asao Takamori aka Ikki Kajiwara (o era Tetsuya Chiba, o qualcun altro? sono un occidentale semplice e gli asiatici mi appaiono tutti uguali… boh, mi pare si parlasse del manga, comunque) in un’intervista fece capire che a momenti la gente stava per andarlo a pigliare a casa quando lo aveva fatto schiattare. Una roba inaudita. Il pugilato è uno sport che si presta bene a fungere da metafora dell’esistenza, per facili e intuibili ragioni. E… niente, non mi ricordo dove volessi andare a parare con ciò, ma avevo lasciato questa frase sul notepad mesi fa e mi pareva bello conservarla. Sicuramente riprenderò a parlare di Ashita no Joe non appena avrò letto tutto il manga (eh, lo so), visto che si tratta di uno dei miei miti storici indiscussi.

Il live action del 2011 (pare ce ne sia anche uno del 1970, un giorno sarà mio, ammesso che riesca a capirci qualcosa dato che dubito sia mai uscito dal Giappone), visto per spirito da completista, è un po’ meno brutto, ma non così tanto, di quanto uno potrebbe aspettarsi. A parte il tentativo impossibile di condensare la storia in così poco tempo, la miseria del contorno sociale ed edilizio è abbastanza ben ricostruita. Poi, certo. Zozzerie trash di serie Y. E l’attore che interpreta Joe è un po’ troppo rigido ed emo: si perde tutto il suo lato gioviale, da imprevedibile zuzzurellone orientato al sociale, vedi il rapporto speciale che, anche nei momenti più duri e bui, non cessava di coltivare coi vari regazzini deformi. A questo proposito, alla fine della seconda serie animata il tratto nichilista e terribile del carattere del protagonista prende decisamente e definitivamente il sopravvento. Joe si convince di non essere altro che una macchina da divertimento destinata ad andare incontro al suo destino, al sacrificio, il tutto tra musichette laceranti come non mai, promettente storia sentimentale stroncata sul nascere e pianti a dirotto (miei) vari. Ci può stare? Boh, non ho studiato signora maestra, vado a intuito. Devo decidere se sia stata solo una banale trovata per chiudere facilmente il tutto passando all’incasso, o se effettivamente la svolta sia giustificabile col carattere impulsivo, a tratti immaturo di Joe, con la sua malcelata voglia di stupire e spiazzare con colpi di teatro (a costo di pagarli a carissimo prezzo) già mostrata o lasciata intuire in precedenti circostanze. Joe, alla fine, era un animale libero e cocciuto, un diamante grezzo, pescate l’immagine che più vi sollazza. Ha provato a civilizzarsi, a sgrezzarsi un po’, tutti quelli che lo amavano, o che lo odiavano, hanno spinto in questo senso, hanno fatto di tutto, sforzi anche insensati, per salvarlo.

È ammirevole il fatto che, nonostante un Rikiishi così ingombrante, con il suo dramma sportivo, la disidratazione, i rubinetti del centro di allenamento chiusi perché doveva rientrare nel peso, la forza di volontà che non ci si crede e tutto, gli autori riescano a scolpire così bene anche i successivi avversari di Joe, delineando sapientemente i motivi dietro alle relative rivalità. La solarità contagiante e ballerina di Rivera, lo shock nel vederlo poi trascinarsi così brullo e irriconoscibile, privo del suo spirito vitale e dei suoi tradizionali colori, spento, svuotato, consumato dalla malattia. Per contro, la glacialità del pugile che aveva vissuto da bambino la guerra del Vietnam e quindi era venuto su, tutto d’un pezzo, a quel modo (Kim Yong-bi, non mi ricordo come si chiamasse da noi). Tutta un’altra storia rispetto a Joe e alle mascalzonate meschine e terra terra della sua infanzia, l’incontro al ristorante che mette in risalto l’abissale diversità umana tra i due, il ring unisce per un po’ mondi e visioni inconciliabili. C’è spazio anche per la spassosa macchietta di Harimau, anch’essa inimmaginabile oggidì con la simpatica propensione a offendersi e l’incapacità a contestualizzare attuale delle genti. Infine Mendoza. Vendetta, tremenda vendetta. Il terribile cattivo. Il pugile perfetto, invincibile (e questo ci viene svelato pian piano, realizzeremo quanto sia davvero così verso la fine, prima ci viene lasciata l’illusione che Rivera non gli fosse poi così inferiore, anzi, che un Joe in buona giornata sarebbe magari anche riuscito, eroicamente, a coricarlo in uno sforzo estremo: la maestria di chi ha creato questa meraviglia qui)(ferme tutte: lo so che Joe era già messo male prima del match e che il campione in carica perde decenni di vita in quell’incontro, ma mi pare anche il prezzo minimo da pagare visto che sull’altro piatto della bilancia c’è l’eroe che ci lascia le penne; insomma, sarà una sensazione mia magari non confortata da altri dati oggettivi, però mi è rimasta soprattutto l’impressione dell’ineluttabile superiorità, questa volta, del pugile “studiato” sulla creatività, il cuore, gli ingegnosi escamotage, le maramaldeggianti astuzie di quello improvvisato fatto in casa: come a ricordare che esiste un limite invalicabile ai sogni e ai disperati tentativi di soddisfare le nostre ambizioni). Ma, volendo, Mendoza è anche solo una persona normale (viene mostrato spesso in scene bucoliche con la sua famiglia) che svolge una professione che di normale ha ben poco. O forse soltanto un altro disperato che si illude momentaneamente di sfuggire alla grande punch-drunk syndrome che alla fine ci annienterà tutti.

Rocky Joe, l’ultimo round, chiamato Ashita no Joe 2 pure lui, è, come sapete, un montaggio professionale di cose già viste e da noi credo un po’ censurate (Mediaset e bla bla, lo so che siete preparati), utile per versare un ulteriore contributo di amare lagrime.