Un Pippo in goffa posa sportiva, munito di alloro da Giochi pitici e mutandoni decorati, ci introduce al secondo, storico numero (ma è la ristampa allegata al Corriere della Sera, magari esistono rare e fondamentali edizioni alternative nelle quali lo sfondo non è viola ma blu cobalto, Pippo ha una macchia d’inchiostro sul pisello e uno sgorbio sul naso… frega cazzi di ‘ste cose). L’immagine viene completata dalla quarta di copertina che mostra l’usuale spalla Topolino, conciata in modo simile, nell’atto di emanare nell’aria un certo scetticismo. Nel sommario le pagine vengono numerate dal centouno in poi. L’Eta Beta buon selvaggio di Walsh e Gottfredson non è poi tanto male per via di certe asperità del carattere, ancora poco smussate. Si accapiglia bestialmente con Pippo, fa fuggire una Minni scandalizzata dalla ridotta buona creanza dell’essere. Paperino fa una conquista (Barks) è un inno alle mirabilie del progresso tecnologico: i motori a reazione, frettolosamente bollati come un inutile e disdicevole investimento fatto dai nipotini, salvano la vita a Paperino. Che come pena da scontare per la sua scarsa lungimiranza e il suo neoluddismo deve alla fine rinunciare ai favori della signorina Falpalà, appena rimorchiata al circolo dei fannulloni. Le confidenze di Gambadilegno stavolta si fanno notare – oltre che per lo stile di scrittura maturo, forse pure troppo, adottato – per l’uso del termine «aviatorastri» e per l’immagine a dir poco cruda di una donna del Bechuanaland con un «piatto di diciotto centimetri di diametro infilato nel labbro». Ne Il pasticcio, novella di Walt Disney, Topolino, Minni e Pippo maltrattano delle api (si vede che il concetto di specie più importante del pianeta nel ’49 non si era abbastanza affermato).

Le storie dello zio Remo Coniglietto e lo spettro di Kongo Birongo. Per quel che me ne può fregare (molto, molto poco, ve lo assicuro), nel ’46 la Disney fece ‘sto film – I racconti dello zio Tom – che era un adattamento cinematografico di tre storie di Fratel Coniglietto, protagonista pure di varie tavole domenicali coeve. Questo spiega la rilevanza data a ‘ste robe nel primo periodo. Il coniglio qui impara che non si deve andare a rubare il miele, sennò si è poi costretti a cose spiacevoli, come doversi fare il bagno. Segue il salottino di Minni, ennesima rubrica nella quale si tenta di fare cultura in maniera leggera e ironica (soprattutto gli interventi di Eulalia, che prima di prendere parola non riesce proprio a non compiere azioni tipo «estirparsi i peli delle braccia con tenaglie arroventate»). Insomma, pare che, per dover giustificare il prezzo di copertina in periodo postbellico e per bilanciare la reputazione “frivola” del medium fumetto, si volesse cacciare dentro, in maniera anche un po’ forzata, un massiccio quantitativo di contenuti “intelligenti”, formativi, nozionistici, istruttivi, stupefacenti, ecc. Tu, genitore, cacci fuori le sessanta lire frutto di sangue, sudore e avvitamento di bulloni in catena di montaggio, in cambio noi, oltre al fumetto che vabbè (oh, Disney comunque è un bel marchio col quale bullarsi in giro), “impariamo” al tuo pargolo come si sta al mondo, cavandolo fuori dal pozzo nero delle cattive maniere e dell’ignoranza nel quale altrimenti sguazzerebbe incontrollato. Ben due pagine sono dedicate alle «rare e interessantissime foto» di una goccia di latte che casca in un bicchiere. La grande corsa di Buci (Bucky Bug era in giro già dal ’32 ma si vede che manteneva ancora una certa popolarità, anche se la serie regolare mensile terminò nel ’50). È una storia nella quale il bene trionfa contro la slealtà degli antesignani di Mario Kart e viene molto pragmaticamente ricompensato con dei posti (non si specifica se a tempo indeterminato o meno ma vogliamo sognare) da MESSAGGIERO POSTALE. Pippo ha mandato la sua fotografia al club dei cuori solitari (Tinder ancora non c’era e ci si doveva arrangiare in qualche modo), ma viene smontato da un Topolino apertamente perculatorio per battuta e sorriso.

Il piccolo lupo mannaro al pozzo dei desideri. Ezechiele lupo (o come si chiamava all’epoca, forse Lupo cattivo, boh) fotte le pecore a uno chiamato con grande slancio di fantasia Ciccio Biroccio, oltre che i guanti ai gattini – ben tre paia – per darli al figlio, ma Gimmi il porco col ditino perennemente alzato lo sgama. Nelle rubrica sulla filatelia viene rassicurato un tale Sordi Luciano di Milano, preoccupato perché non vede francobolli con la faccia di Luigi Einaudi (mi sa che dopo un anno di presidenza era un po’ prestino, che dici, Lucia’?). Comunque gli si raccomanda di pazientare perché «il competente Ministero delle Poste e telecomunicazioni si stancherà di vedere gli attuali francobolli e li cambierà!».

Continua Paperino e il segreto del vecchio castello, col fantasma del duca Quaquarone che si aggira (commettendo forse, chissà, sto tremando, omicidi). Vittima del placcaggio (involontario) dei nipotini stavolta è Zio Paperone, peraltro appena prima fisicamente maltrattato pure da un Paperino poco remissivo e selvaticamente pronto a ridiscutere le gerarchie familiari in nome dei reumatismi. Pluto e la nave, una straziante storia di cani solitari che si aggirano in scenari quasi metafisici, ci lascia in eredità il cliffhanger dell’osso con la bomba a orologeria dentro. Curiosa pagina pubblicitaria degli albi Io sono (Tippete, Fiorellino, Pinguino, Stufetta, Il papero di gomma, Il fantoccio di stoffa). Per venderli si punta avanguardisticamente forte sul termine «bizzarro» – riferito a formato, storie, personaggi –, sulla stampa a quattro colori e sulle scritte fatte a mano. Come una volta. Chiaramente il regalo perfetto per il vostro fratellino multitasking che potrà così imparare a giocare e a leggere allo stesso tempo. (Quanti genitori saranno riusciti a infinocchiare?).