Prima copertina con Paperino (qui in versione particolarmente compressa, paperinesca e preoccupata, e con una canna da pesca in mano, il retro offre uno spaccato inquietante), prima dedicata ai paperi in generale. La vicenda di Eta Beta (in realtà come sapete una profonda riflessione sul futuro dell’umanità afflitta dal nucleare e bla bla) prosegue sui binari canonici di questo tipo di storie caratterizzate dal mostro, o dal troppo diverso, o dall’extraterrestre, o dal selvaggio che si relaziona in modo buffo con la società dei consumi e coi suoi elementi, e poi chi l’ha introdotto nel nuovo ambiente che frigna, s’interroga e si dispera, gente che se ne vuole approfittare, ecc. Paperino chimico pazzo. Classico di Barks del ’44 e storia sorprendentemente moderna per approccio “scientificamente credibile”, “forma” dei personaggi e caratterizzazione degli stessi (l’insolita e accorata commozione dei nipotini appena realizzano di stare sul serio per perdere quello zio un po’ sventato e spesso avversato, ma sai che dopotutto, sangue del mio sangue, piume ecc.). Venticinque anni prima dello sbarco sulla Luna è tanta roba. Un cane vero, un po’ più che vero. Tragico racconto animalista sul pietistico ma non troppo di Gemma Vitti. In omaggio, il punto di vista del cane, che si rende conto di pensare, ma non proprio a livello degli uomini.

Coniglietto e l’erba dorindoro. Nonostante il coniglio sfoggi qui il suo lato più brutale (un intero pollaio ammazzato per puro edonismo) e trollereccio, mettendo nel sacco e irridendo da dietro le quinte i vari e più o meno potenti animali che caratterizzano le sue noiose lande, non riesce comunque a farcela. Il tè delle cinque di Minni e amiche. Augusta vorrebbe prendere un arancio e un pomo (per il tè? boh), ma l’amica Genzianella, poi affiancata da Minni, dice che bisognerebbe usare il femminile per piante e frutti, le cose buone del resto sono femmine, gli antichi latini se la cavavano bene ma oggi gli uomini, signora mia, gli uomini chiamano le piante al maschile per un senso di padronanza, ecc. (Boldrini & C. fanno la òla in lontananza). Giunti alla terza puntata delle Confidenze mi convinco (quasi) che questa idea di dare, tramite queste rubriche, questi espedienti, una dimensione ai personaggi che andasse oltre quella necessariamente un po’ stereotipata del fumetto non fosse, forse, poi così male. A me generalmente annoiano, tranne qualche spunto più pittoresco, ma vabbè, ho anche un botto d’anni e vivo nel 2020, con l’inimmaginabile a livello di distrazioni possibili. Magari nel contesto di un ragazzino del ’49 che come top del divertimento, se non era povero, aveva collezionare francobolli… EsamiEsamiEsami. Radiografia panoramica di un ragazzo che si presenta agli esami. Boh, comunque a questi non gli si poteva dire che gli mancasse la voglia di inventarsi intermezzi e rubriche nuove. L’eredità di Buci (e niente, ragazzino del ’49, per te era dura davvero: e io che mi lamentavo se ogni tanto c’era qualche filler di poche pagine co’ Cip & Ciop). Ho apprezzato moderatamente comunque il rude e ignorante design di Pierre la scure, il cattivobuonocattivobuonocattivoics di turno. Il lupo mannaro e il gatto selvatico. I tre maialotti belli pienotti partono e hanno la geniale pensata di dare le chiavi di casa a Lupetto, che ha una vita sociale talmente vuota e triste da inscenare una lotta immaginaria con gli stessi suddetti suini nella loro abitazione, facendo baccano coi tegami, per rendere soddisfatto il padre, che si masturba gioioso da lontano. Se passate ancora i pomeriggi a premere F5 sul web nell’attesa che accada un flame, qualcosa, beh, c’è chi è conciato peggio (cioè io che leggo ‘ste cose). L’Italia in giro. La rubrica per ribadire la popolarità del ciclismo in quel periodo storico non poteva mancare. «L’Italia, come si sa, è quella cosa che serve per farci il giro ciclistico». Nella consueta pagina dedicata al Topolino successivo, ci viene rivelata, a caratteri cubitali, una cosa sconvolgente. IL PROSSIMO NUMERO SARÀ VERDE.

Finale della storia Paperino e il segreto del vecchio castello. Qui, Quo e Qua riescono a fuggire e (momento indimenticabile, Don Rosa che si fappa sullo sfondo) si ritrovano nel camposanto dei Paperoni. Frattanto un abulico Zio Paperone chiede poco dignitosamente pedate punitive nel fondoschiena. Il tizio che aveva preso il posto del guardiano morto viene sgamato, momenti di compassata confessione stile La signora in giallo, riflettori su Paperino che (esploriamo questo lato del carattere) fa il saputello, venendo prevedibilmente sanzionato dal sempre vigile – nel senso più albertosordiano – nipotame. Pluto e la nave invece non finisce neanche a ‘sto giro. Altra infornata di tavole di cani che fanno i cani aggirandosi, chissà perché, per stanze stipate di macchinari e ambienti silenziosi.