Su uno sfondo rosso bucaretina, un Topolino tarchiatello e circense dall’espressione vagamente stolida addobbato come un albero di Natale dà avvio – in maniera, diciamocelo, non troppo entusiasmante, per la cronaca è la versione ricalcata e modificata di un disegno apparso su un comic book americano – nel lontano 1949 alla cosa che più di tutte ha segnato irrimediabilmente le nostre vite. Se vi sembra esagerato, pensateci: è così. Topolino è stato per troppi il primo importante approccio con la fantasia disegnata, quindi visiva, trattata “sistematicamente”. In altre parole, c’erano mondi in realtà inesistenti, con strambe convenzioni, che si agitavano in maniera credibile, e per poterli spiare bastava allungare all’edicolante dei soldi spicci generalmente sudaticci, in modo da convincerlo a privarsene. Ma soprattutto “ci ha dato” il linguaggio, la cosa più preziosa, o quasi, per ogni essere umano, che altrimenti non potrebbe nemmeno distinguersi efficacemente dalle bestie (ammesso che), giustificando la propria posizione privilegiata. Facendoci peraltro credere (o forse no) che fosse normale utilizzare nel comune conversare termini quali «inusitato» o «sicumera», o ancora dare del voi alle genti – altro che Calisota, Topolinia c’era da raffigurarsela in Calabria. O indossare eccentricamente buffi guanti gialli. O trovare ragionevole che i protagonisti, principalmente topi o paperi, fossero circondati da eserciti di cani antropomorfi, ai quali erano attribuiti un po’ a casaccio diversi ruoli sociali e livelli di dignità, senza che questo cruciale aspetto venisse mai spiegato; così come lo sconcertante fatto che fosse pieno di zii, ma che raramente ci si assumesse la responsabilità diretta della paternità. O maternità. E tanto altro si potrebbe dire, ma soprattutto si è già ampiamente detto.

Il primo Topolino a libretto costava sessanta lire (1,11 euro attuali, convertitore del Sole alla mano, contro gli 1,22 del prezzo del 1980, anno significativo perché Capelli subentra a Gentilini alla direzione, e i ben tre euro attuali; ma ovviamente entrano in gioco una serie di variabili e di considerazioni difficili da valutare e soppesare – tipo, non so, che all’epoca il fumetto era un mezzo di comunicazione dalle eccitanti prospettive che entrava in concorrenza con non tantissima altra roba, mentre ora un ragazzino normale ha occhi solo per il suo smartphone e un albo non sa manco come sia fatto, né ci tiene a saperlo – anche perché fatico ora a trovare dati affidabili, sugli stipendi, per esempio, relativi alle varie epoche in modo da poter fare paragoni corretti). (Sì, non state in pensiero, ovviamente lo so che ilcostodellacarta. Che aumenta di continuo. A giudicare da quanto piangono senza sosta gli editori, a quest’ora credo che ormai i fumetti sia più redditizio stamparli su lamine d’oro a ventiquattro carati tempestate di regolamentari smeraldi). L’abbonamento annuale portava a risparmiare ben venti lire e ricchi sconti del 20% erano previsti per gli abbonamenti cumulativi. Il lancio pubblicitario sfruttava lo spazio sulle altre riviste Mondadori e insisteva sul fatto che sarebbero stati presenti sulla testata esclusivamente personaggi Disney, e non altra rumenta evidentemente considerata meno appetibile. Paperino e Clarabella cacciano i soldi dell’interurbana per dirsi questa cosa.

Apertura col botto con il finale della classica storia Topolino e il cobra bianco di Martina e Bioletto, iniziata addirittura sul numero 713 di Topolino giornale del 16 ottobre 1948. Andiamola a vedere. Fantasia a briglie sciolte, voglia di stupire ed effetti speciali in abbondanti e abbacinanti quantità, mentre coerenza e rigore narrativo forse non erano ancora al top delle priorità. Altri tempi. Pippo cacciatore (politicamente scorretto a palla) è aiutato nella sua attività dal cane-che-fa-il-cane Pluto, per poi farsi bello e cominciare a elargire battute stralunate anche nei momenti meno indicati, come quando Gambadilegno sta per farlo fuori tramite un macchinario stile The Incredible Machine. Mentre si apprende che «zia Minni» è nata il 29 febbraio – «Per fortuna era un anno bisestile se no non sarei nata», umorismo sopraffino –, pertanto sulla torta ci stanno due sole candeline. Molosso bisogna rendere chiaro che è malvagissimo quindi è anche inevitabilmente bruttissimissimo. Lo spunto di base delle onde molossiche che annullano la forza di gravità è fonte di vignette continuamente incasinatissime e di vorticosa e immaginifica e pirotecnica promiscuità di personaggi. Con l’occhio moderno viene quasi da rimettere.

Naturalmente il numero è famoso anche perché appare Eta Beta (personaggio-macchietta che ho sempre trovato piuttosto insignificante in quanto troppo limitato e confinato nella sua dimensione soporifero-bambinesca) per un rapido saluto. Le sbobbe da settimana enigmistica, Topolino aspetta Minni sulla porta del dancing, un gioco astronomico, BROBDINGNAGIANI. Paperino si accapiglia in bianco e nero con Gastone, allora chiamato Bambo, a spuntarla sono Qui, Quo e Qua, in apparenza non così umanamente (?) diversi da quelli “apprezzati” in decenni più recenti, anche se ancora si punta poco sul lato saputello. Segue la rubrica Confidenze di Gambadilegno, che da personaggio vissuto ci racconta il mondo. Ma certamente. Seguono Le storie dello zio Remo Coniglietto, la volpe che vuole mangiarsi la tartaruga ma c’è il fratel coniglietto premuroso, una lunga dormita interrotta dalla vignetta (oggi inaccettabile) «Maledizione!!.. NON SONO MORTI! Ma io… Ma io… Li spaccherò in due!». Questa storia ha però un pregio: a un certo punto finisce. Non ci facciamo mancare nemmeno il board game, anvedi – Il castello incantato, ovverosia «La paura fa novanta» (per due o più giocatori) –, chissà se era bellino da giocare. A occhio, da regole e design pare una variante del gioco dell’oca, quindi mi sa di no. Il sistema psicologico, novella di Walt Disney coi disegnini che sostituiscono alcune parole (invece di scrivere «naso» c’è, appunto, il disegno del naso di Topolino e così via). Buci e le pulizie di primavera: breve parentesi moralisteggiante che raggiunge il suo apice nel PELANDRONITE grassettato verso il finale. Io so quasi tutto, rubrica con PIPPO ENCICLOPEDICO, scrivete alla tal casella postale meneghina e ci pensa Lidia la Svitata, la sua segretaria. ALDO MAINO da Palermo chiede cos’è l’ERA ATOMICA. «Ahimé, è il periodo storico in cui stiamo vivendo noi. Per convenzione, ha avuto inizio il 6 agosto 1945 (bombardamento di Iroshima)».

Il piccolo lupo mannaro e Cappuccetto Rosso. La famosa favola è usata da padre malvagio ma-ci-aspettavamo-di-più e figlio coscienzioso come fiacco pretesto per una trascurabile commedia degli equivoci. TUTTI STREGONI. «Volete far rimanere a bocca aperta la mamma, il babbo, gli zii e magari anche la scaltra portinaia?». Ovviamente no. Pubblicità del numero successivo che uscirà il 10 maggio con, oltre alle storie a continuazione, le NUOVE entusiasmanti sbobbe di Gambadilegno uomo di mondo, Pippo enciclopedico, ecc. Che culo essere stati regazzini nel ’49. Gli amici di Topolino, 100 milioni di amici, foto di lettori, espressione compassata, sorriso forzato, giacca, e pure cravatta. Buono per la richiesta della tessera amico di Topolino. Rubrica filatelica (!), Topolino club.

Pluto salva la nave. Sitibóndo (di vendetta) ammetto che ho dovuto guglarlo. Paperino e il segreto del vecchio castello: Carl Barks (scusate se è poco), prima caccia al tesoro del nipotame con uno Zio Paperone fumettisticamente appena nato e fornito di basette gialle, in apparenza più intento a spiegare le sue ragioni che a spandere ingordigia e collera da ogni piuma. Zio Paperino, per non saper né leggere né scrivere, prova subito a scappare, ma c’è l’ottimo e definitivo placcaggio dei nipotini.