Come già probabilmente detto in qualche altra occasione, da adolescente mi procuravo badilate di fumetti un po’ a casaccio, per testare le potenzialità di questo seminuovo (per me) mezzo espressivo di comunicazione che pareva suscitare tanto morboso e apparentemente inspiegabile interesse in coloro che mi circondavano, non in tutti, per la verità, però in qualcuno sì, molto interesse. Alla fine, sarà per la mia apatia di fondo, sarà quel che sarà, la maggior parte di essi non mi conquistava veramente. Sì, certo, per carità, l’idolo generazionale Dylan Dog (che però subito cominciava a dare segni di stanchezza col suo immaginario scopiazzato, il suo approccio onirico-filosofico talvolta inconcludente e il suo smaccato buonismo, del quale già all’epoca, nonostante gli scarsi mezzi a disposizione, si incominciavano a intravedere i limiti). Zio Tibia – La clinica dell’orrore (formato pocket) faceva decisamente eccezione. Benché sopravvissuto solo per sei numeri (leggo in giro, pensavo sette… molti fumetti italiani avventurosamente lanciati in quel periodo di vacche ancora relativamente semigrasse non arrivavano manco a quella cifra) fu un’esperienza che mi segnò, traumaticamente. Vabbè, non esageriamo, diciamo che attendevo con reale impazienza, cosa per quanto mi riguarda eccezionale, l’uscita del numero successivo. Ovviamente dello Zia Tibia quello vero, quello prestigioso, quello estero, non sapevo molto, né mi interessava dopotutto così tanto saperne. La clinica dell’orrore piaceva per via della sua fresca, incosciente e irresponsabile demenzialità, non come tutti quegli horror e quegli splatter dozzinali che si prendevano seriamente apparendo un po’ patetici o sembrando goffi e costruiti quando giocavano la carta dell’umorismo. Il tratto rapido, irrequieto e all’epoca ancora abbastanza dettagliato dell’allora giovane Caracuzzo – poi aggiusterà in parte il suo stile – abbinato alle veraci e sboccate sceneggiature di La Neve e altri risultava efficace nel desacralizzare babbi natali e paramedici vari, perculando con genuinità l’horror serio e i suoi triti stereotipi (mi baso soprattutto sui primi due numeri, ancora in mio possesso, chissà se gli altri sono materialmente sopravvissuti a traslochi, inondazioni, svendite e cavallette varie).

Per carità, non è che le storie e i personaggi fossero di chissà quale spessore o qualità (infatti i pochi commenti esistenti mi paiono perlopiù all’insegna dell’altezzoso disprezzo), siamo sempre in zona guilty pleasure, fare caciara in compagnia, lanciandosi occhiate di malandrina complicità. L’approccio diretto e amichevole, quasi casereccio, del fumetto era ben esemplificato dagli annunci semiseri nelle pagine di chiusura, denominate Mortobello: il mercatino del venerdì 17, o da rubriche quali Questo l’ho vomitato io, contenente prevedibilmente i disegni più brutti tra quelli spediti dai lettori, Fumetti ortopedici (altra rumenta dei fan) o Il malato del mese (mah), o dal minifumetto parodistico finale. Chirurghi ciechi che asportano cuori anziché milze, igiene degli ambienti a dir poco approssimativa, gestore della clinica sempre pronto a sfoggiare conturbante venalità, altezzose infermiere tettone, sosia dei Blues Brothers spediti chissà perché a fare i lavapiatti, Stanlio e Ollio nell’improbabile veste di serial killer (il numero tre, Il barboncino mannaro, viene per questo addirittura ampiamente citato nel libro The Artful Antics of Laurel & Hardy del 2013), vesciche de lardo fatte erroneamente partorire con metodi sbrigativi in luogo di vere donne gravide, citazioni ambulanti decontestualizzate di film e altro buttate in mezzo per fare casino, senza saper bene dove andare a parare, sia pur lasciando intravedere potenzialità forse inespresse. La clinica dell’orrore era fatto da cose semplici e svaccate come queste. Fumetto confuso, esecrabile, dimenticabile probabilmente, pure un po’ giovanilistico nella sua ostentata trivialità, se vogliamo, ma il suo caotico e ruffiano disimpegno godrà comunque della mia stima imperitura.