Un foglio di carta a quadretti, una matita, molta immaginazione per tramutare dei semplici trattini, da una a sei unità a seconda della marcia innestata, in sagaci frenate, animose sportellate, in Prost, Piquet, Arnoux, Tambay, Senna, Alboreto, Ivancapelli coi suoi soli tre punti in classifica, ma la stampa lo esaltava lo stesso, sarà una pippa, ma è la nostra pippa, 100% italiana, come il latte e la lombata di manzo. Esagerando coi superalcolici è possibile sentire anche le vocine di Poltronieri e Stellabruno, da qualche parte, nel cervello. Qualcuno si è preso la briga di sgrezzare e inscatolare – non prima di averlo ovviamente infarcito di burocrazia e regolette – uno dei miei giochi preferiti, nonché una delle più solide alternative a Battaglia navale praticate nei banchi di scuola meno in vista. Magari lo avessi avuto da piccino un fondale così (quelli aggiuntivi bisogna pagarli fior di euri, quello dei board game sarà un settore di nicchia, ma in quanto a business sono assai scafati), i segnalini colorati a forma di macchinina, addirittura, sciccheria, un cambio vero per cambiare veramente.

Formula D prende la Formula Uno, la conduce in una dimensione parallela e ne viviseziona ogni attimo. Piglia il momento che precede lo schianto, lo ingigantisce lo enfatizza. Formula D complica la struttura del più vecchio e basilare Formula Dé, ma sostanzialmente, una volta capito e accettato (non è affatto facile) che non bisogna adoperare la sesta in curve dove sì e no è possibile osare la seconda, è il culo a giocare un ruolo fondamentale e dirimente. Com’è anche giusto che sia. Sì, le sospensioni, le marce, i freni, il telaio, la barra antirollio, e questo e quello, ma le dinamiche di Formula D restano elementari, la competizione è (magari al rallentatore ma) selvaggia, e ignorante. Il fascino non sta nelle complicazioni (chi se ne fotte della versione Need For Speed Underground basata sulle peculiarità dei piloti, o delle varie opzioni o sottoregolette che nessuno si prenderà mai la briga di imparare e di cercare di imporre dittatorialmente agli altri, con scarso successo) ma nel veder schiattare l’odiato avversario apparentemente avviato verso l’inevitabile trionfo proprio alla penultima curva, su quel detrito dimenticato. (Dimenticato fondamentalmente perché ‘sti giochi prendono per stanchezza, “Ma si può sapere chi è il babbaleo che deve lanciare i dadi da dieci minuti? Ah, sono io? Ooooooh…”).