Apprendere che, in epoca di iPhone 7, Oculus Rift e realtà aumentate, c’è ancora spazio per i segnalini buffi colorati vivacemente, le ingombranti mappe di cartone e i giochi semifisici con dinamiche non molto più elaborate e mature di Un, due, tre, stella! è ogni volta per me fonte di incredulità e stupore. Alla fine, attività come River Dragons sono un po’ l’equivalente ludico del cibo bio, o di Slow Food, o delle immaginine stracondivise a base di “Aaaaaah, come si stava meglio una volta quando non c’era l’Xbox e ci sbucciavamo le ginocchia e ci spaccavamo i denti contro l’asfalto, anzi, no, ancora non c’era nemmeno quello, com’eravamo avventurosi infilandoci i ferri arrugginiti su per l’ano mentre impennavamo con la bici, pigliando il tetano ma con allegria e sentendoci vivi, mica come gli adolescenti zombie asociali di oggi che fissano lo schermo di un cellulare pure mentre sono in compagnia!1”, cose così, si tratta del vecchio che avanza, o quantomeno tenta pervicacemente di resistere. Proprio per questo per giocarci è necessario essere numerosi, la partita in due è tecnicamente possibile ma povera di situazioni interessanti, malinconica e innaturale.

In particolare, di River Dragons mi sconvolge il fatto che, benché sia un gioco a turni fatto di programmazione delle mosse ed esecuzione, conti in una certa misura perfino un’abilità istintiva e primitiva come il colpo d’occhio: quando si collocano le assi, di lunghezza diversa, sulle pietre non è consentito fare la prova per verificare la distanza, se sono troppo corte, ciccia, vengono collocate altrove o affondano miseramente. È un po’ come se negli scacchi gli alfieri potessero anarchicamente deragliare di tanto in tanto dalle diagonali binario nelle quali sono costretti per tutta la vita, o come se i cavalli dovessero fare a cazzotti con le regine per mangiarsele, con grave disappunto della Boldrini, o… no, beh, non mi viene la similitudine appropriata, forse non c’è, ma è domenica mattina e la quantità di caffè che mi scorre nelle arterie è ancora troppo limitata. Più che soddisfare la mente, data la banalità delle dinamiche, padroneggiabili in una manciata di partite (sì, ok, ovviamente esistono tattiche migliori di altre, sotterfugi e quello che volete, però…), River Dragons soddisfa la vista, come del buon bricolage, del sano giardinaggio o del modellismo ben riuscito. Vedere pian piano le assi con su i graziosissimi cinesini dai copricapo importanti e dall’espressione paziente e soddisfatta riempire il tabellone ha un qualcosa di esoticamente fiabesco ed è oculisticamente appagante, mi chiedo però perché l’olfatto sia sempre apertamente trascurato in queste situazioni.