La pubblicità in rete non rende un pene, si sa. Murdoch ha profetizzato che si passerà alle news a pagamento, e lui non sbaglia mai, però c’è sempre un però.

Altri hanno corretto il tiro: micropagamenti, che pare più fattibile. PeanutsPsicologicamente, cacciare fuori due euri tantissime volte è più semplice che separarsi una tantum da una cifra più sostanziosa. (La ggente è strana, e puttana).

La carta stampata sta venendo igienicamente uccisa dall’internetwebz che da parte sua non decolla. Il montepremi pubblicitario non cresce come dovrebbe e dev’essere ripartito tra un numero spropositato di bocche affamatissime.

Troppi hanno la libertà di scrivere e propagare cazzate a piacimento (ahem…), spalmandoci sopra il loro bel bannerino colorato, mentre prima con la carta era una setta. O avevi un editore cazzuto dietro, dalle cui opinabili scelte in pratica dipendevano i destini dell’informazione nazionale, o raggiungere le edicole con le tue stronzate era inimmaginabile.

Prendiamo nicchie o settori quali il Vock. Se volevi informarti sulle novità discografiche, la sòla via erano gli insindacabili deliri di Scaruffi e soci in edicola. Acclamati recensori e santoni solitamente di scarso spessore e dalla dubbia moralità avevano l’ultima parola e rappresentavano l’unica fonte alla quale il povero fan assetato poteva abbeverarsi.

Mentre ora con tre click ti si apre un selvaggissimo e inestricabile mucchio di siti, blogzine, forum e appassionati continuamente impegnati a demolire certezze e a orinare sulle guide spirituali ufficiali, infilandosi righelli negli occhi mentre misurano la lunghezza dei rispettivi falli.

Ormai ci si è abituati all’informazione gratuita, all’opinionismo spicciolo molto in the face tipico di internet e tornare indietro ai metodi ammuffiti è difficile. Anche per nicchie iperspecialistiche, per le quali apparentemente il discorso di Murdoch sembra applicabile con efficacia.

Le dinamiche della rete sono liquide e antitetiche al pagamento dell’informazione. Lo spirito del web è differente.

Una notizia, una volta apparsa su un portale, diventa di tutti, chiunque può tagliuzzarla, copincollarla, rigirarsela, tumblerarla e sodomizzarla a piacimento.

Per diventare popolari, e restarlo, non ci si può rinchiudere in una cripta con ingresso a pagamento, perché per i motori di ricerca tanto più sei aperto, citato e condiviso tanto più vieni considerato autorevole. E questo fa a pugni con lo spettro dell’informazione blindata evocata dal Rupertone.

Un’altra faccia della meRdaglia è quella della miriade di collaboratori spesso implumi pagati con un fitto lancio di noccioline da editori privi di scrupoli, individui che, dal nulla, si improvvisano imprenditori.

Questi illusionisti, solitamente sprovvisti dei capitali necessari a fare impresa come si deve, spremono come pompelmi le loro cavie, felici di poter scrivere qualche pezzo per accumulare punti esperienza e collanine di perle colorate, contribuendo gioiosamente al tracollo della qualità generale e alla morte del mercato del lavoro (perché pagare come si deve qualcuno se c’è chi è disposto a dare via l’onore per poche arachidi?).

Per bullarsi con gli amici, nonostante travi sempre più grosse e appuntite affollino ormai i loro ani.

Per poi venire risucchiati nel vortice della real life, rendendosi conto verso i cinquantacinque anni di non poter più gravare sulle pensioni sempre più malridotte dei loro nonni con la stessa disinvoltura di prima e di dover cominciare a dipingersi un futuro fuori dalle pareti domestiche.