Devo ammettere che, col passare fulmineo dei lustri, l’avatar è diventato per me un punto di riferimento assai importante per identificare gli altri, sedicenti esseri viventi che vagano (apparentemente senza alcun motivo) per il webbe; per riconoscerli tra la folla urlante.

Internet è un posto tuttosommato oscuro, in continua mutazione, pieno di trabocchetti, giochi di prestigio e utenze intente a cambiare incessantemente età, sesso, religione, condizioni personali e sociali, ma soprattutto nick (arrivando perfino ad attribuirsene di assurdi e impronunciabili, pur di disorientare gli altri).

Trovare delle “facce” composte da pixel conosciuti — sempre quelli, immutabili nel tempo — intente a riproporre insistentemente nei secoli sempre gli stessi argomenti, sostenuti con le medesime argomentazioni (“Berlusconi rubba!”, “l’euro di Prodi è la causa principale del prosciugamento dei giacimenti mondiali di nutella”, “i preti cattolici inchiappettano i bambini”, “i comunisti poco intelligentemente li divorano, facendo così sparire le prove”, ecc.) mi rassicura, mi rilassa e mi fa sentire non dico a casa, ma perlomeno in un bistellato albergo.

In un mondo parallelo costituito principalmente da fake e da sconosciuti, utenti impalpabili pronti ad andare a comprare le sigarette o a farsi saltare (virtualmente, s’intende) in aria da un momento all’altro, l’avatar, se mantenuto nel tempo, riesce quantomeno a illudere, a dare quella sensazione di continuità, di affidabilità, quella parvenza di fisicità, di familiarità quasi natalizia alle creature nelle quali ci imbattiamo; e con le quali spesso amorevolmente flammiamo.

Proprio per questo motivo, una volta che esso è stato (si spera accuratamente) prescelto, chi decide di cambiarlo dovrebbe essere raggiunto dall’entità internauta sovrannaturale, da quel garante alato che segretamente ci accudisce e ci governa, o dai suoi sottoposti, e prontamente dissuaso, bannato, o quantomeno taserato un po’.