Di solito alle superiori si fanno leggere opere di Moravia quali Gli indifferenti, Agostino, La ciociara, già con La romana siamo al limite, ma Io e lui no, Io e lui è il reietto, Io e lui è osteggiato, criminalizzato. Io e lui non è più letteratura, e nemmeno un passatempo socialmente accettabile, ma qualcosa di cui vergognarsi, qualcosa da nascondere e leggere al riparo da sguardi indiscreti, come La mondana felice di Xaviera Hollander, o Lando. Effettivamente non si tratta di un capolavoro e forse non pretende di esserlo, la natura profondamente pecoreccia del romanzo è evidente fin dal titolo, ma perché, per una volta, non apprezzare la sincerità? Ok, Moravia nelle interviste disse che l’opera in realtà affrontava un tema serio, la vena artistica, intellettuale, sociale e civile affogata dalle pulsioni sessuali (“i consigli del suo membro lo portano alla rovina”, dalla pittoresca descrizione della trama del film tratto dal romanzo). Ma alla fine qualcosa doveva pur inventarsi, e poi bisogna contestualizzare, siamo pur sempre nel lontanissimo 1971 in un Paese ultracattolico, già è tanto che non abbiano accatastato le copie del libro in piazza e non le abbiano utilizzate come pira per dare fuoco anche a lui. Pincherle sostanzialmente utilizzava il sesso come mezzo per raccontare il mondo anche a gente incivile e incapace di godersi pubblicamente i piaceri della vita come questa e il nascente Adinolfi.

Carmen Llera disse che il libro è brutto e piace soprattutto agli uomini, perché nella loro testa scatta qualcosa. Guarda, Carmen, non è difficile: è (immagino) come tu dici perché Io e lui è, banalmente, la trasposizione su carta di un pornazzo pensato per compiacere il maschio; non uno di quelli femministi in voga negli anni Settanta (?), bensì proprio un pornazzo pornazzo, senza tante sovrastrutture e menate, uno di quelli ruspanti nei quali si vede, poco raffinatamente, tanta carnazza e la donna è sessualmente al servizio dell’uomo, assecondandone tutte le richieste più o meno strambe (in grado di generare piacere più in lui che in lei, si presume). È un’opera maschilista? Certo, ma ha la scusante di essere solo un umile porno, appunto: prendiamo la scena in cui il protagonista ha la tizia davanti che parla alla platea, e l’involontario, ripetuto contatto culo di lei-pene in straerezione marmorea di lui lo porta a sborrare (alquanto improbabile come dinamiche e tutto, ma è appunto l’irrealisticità, il trattarsi di una situazione irriproducibile nel mondo reale, con le sue attuali regole e convenzioni, a generare eccitazione). Moravia, al di là delle dichiarazioni di facciata e forse anche delle intenzioni, restituisce al sesso in letteratura la sua dimensione primordiale, infantile e giocosa, quasi onirica e fiabesca. Ma soprattutto, la sua giuliva e crassa ignoranza.