Ho sempre trovato Andrea De Carlo fondamentalmente e poco originalmente un superficiale della letteratura (letteratura? Boh, narrativa, famo, anche se coi Nobel a Dario Fo, a Bob Dylan e tra un po’ anche al mio cane Arcibaldo…). Ha successo perché i suoi romanzi sono di facile lettura, scorrevoli, è richiesto poco impegno cerebrale, al punto che nemmeno io, pluricampione del mondo nel distrarmi mentre leggo, ho la necessità di tornare indietro per capire gli sviluppi. Alla fine – in quest’epoca nella quale in tanti vogliono fare i misteriosi, quelli colti e profondi, i postmoderni, fornire l’irrinunciabile punto di vista in vero treddì anche del tarzanello dell’ultima delle comparse – meglio così, uno fiero di essere pop che vada dritto al sodo, quasi consapevole (in realtà forse no) di collocarsi per contenuti solo un paio di gradini al di sopra dei bistrattati Harmony. Avercene. A dire il vero sono un po’ di lustri che non leggo suoi romanzi, ma di quelli vecchi me ne sono sorbiti diversi, sarà che il fatto che abbia continuato cocciutamente a dare alle sue opere titoli quali Tre per tre trentatré, Quattro gatti sul comò, Cinque e sei ci fai o ci sei, Io e te, Tu e lui, Noi e voi e loro e azzia Carmela e a mammeta non era ai miei occhi molto promettente. Quindi magari nel frattempo è cambiato e mi è diventato postmoderno e criptico anche lui, ma ne dubito. Andrea De Carlo sta naturalmente sul cazzo, non può essere diversamente, con quell’aria di accigliata superiorità che ha nelle foto, a metà strada tra un Fabrizio Barca e un Corrado Augias, ma più snob, come a fare quello che depista con la leggerezza dello stile ma prende le cose della vita molto, molto seriamente (vedi anche le dimissioni dalla giuria dello Strega, vabbè, magari lì aveva le sue buone ragioni, vai a sapere).

Due di due, il libro più famoso, aveva un suo perché, romanzo generazionale, sessantottini dei più tonti allo sbaraglio che vanno a vivere in campagna e altri luoghi comuni (sul fatto che intendesse così percularli, e che i lettori l’abbiano inteso in questo modo, però non ci giurerei, devo rileggere, approfondire). Uto mi piacque molto, a parte il ridicolo finale sull’ascetismo andante, ma oggi forse l’autismo del suo protagonista (che si incaponisce in comportamenti della massima asocialità troppo ostentata, come ascoltare musica con le cuffie mentre i percussionisti del Madagascar tuonano tutt’intorno, o qualcosa del genere, ricordo descrizioni simili) mi verrebbe a noia, chissà. Quello più sconcertante però è Arcodamore, se non è l’equivalente di Beautiful (del miglior Beautiful, però, quando ancora Brooke non si era scopata anche i nani da giardino della villa dei Forrester) poco ci manca. “Dopo il fallimento del suo matrimonio, Leo Cernitori, fotografo, evita qualsiasi coinvolgimento emotivo. Lo si vede nelle foto che fa, nella qualità delle relazioni che intreccia con le donne conosciute”. Ma veramente fate? Si legge di quest’uomo – che inevitabilmente prende nelle capocce la forma dello stesso De Carlo in posa plastica, evidentemente molto fiero di se stesso, nelle quarte di copertina – intento a infilare il suo pene in giro. Però è un infilare il pene triste, un po’ come la capriola di Hernanes. “Ma, in una Milano sbigottita per le rivelazioni di Tangentopoli”, achtung, anche nel suo romanzo più frivolo e patinato De Carlo ci vuole far vedere che lui è uno sensibile, sul pezzo, sì alla Milano da bere, presente se non erro anche nel precedente Tecniche di seduzione, ma anche attenzione ai mutamenti sociali, alle grandi inchieste che hanno fatto la storia (secondo me ha votato pure Idv, onestàh, onestàh). “Un vortice di vita. Questo amore si rivela difficile, ma profondo, doloroso, ma autentico. È un libro intenso, che offre la splendida immagine dell’amore visto come un arco, che, raggiunto il culmine, inesorabilmente cala”, pfff, ma quale splendida immagine. È un’immagine raccapricciante, e appare vera, autentica quanto una moneta da nove euro. Però, nonostante le critiche e il sarcasmo, Arcodamore mi è piaciuto, sul serio. De Carlo sa scrivere, è leggero e friabile come un grissino, è un pregio. Certo, si parla di sesso, impalpabili e umorali scazzi interpersonali di coppia, nulla di nuovo, niente che sia destinato a rimanere scolpito nella storia, ma il lettore vuole andare avanti, e sapere come va a finire l’incidente e se magari sull’asfalto bollente c’è rimasto qualcuno con le budella spiaccicate ben in evidenza.