Se ci pensate, la vita di uno scrittore (di quelli veri, che poi finiscono per essere studiati, diciamo, non l’amico vostro che ha scritto un libro e si bulla perché è duecentoquarantanovesimo in classifica su Amazon nella speciale categoria «romanzi di fantascienza ambientati nella Basilicata del XXVII secolo con protagonista un caciocavallo podolico scritti da mio cuggino»). È grama, insomma. Questa vita. Da piccolo deve farsi un mazzo tanto per primeggiare in erudizione sugli altri (privazioni varie per riuscirci). Quindi deve sbattersi per veder riconosciute le sue qualità dai potenti editori privi di scrupoli (o da chi ne fa le veci). Arrivare a poter scrivere cose che gli altri non possono, descrizioni di un certo livello, riferimenti dotti, ragionamenti magari anche fuffosi ma che fanno scena, termini che la gente qualsiasi smadonna perché deve andarli a cercare sul dizionario, ecc. Una volta che si è armato di tanta cultura, arriva il problemone: mo che scrivo? Ma ovviamente scrivo di quello che conosco direttamente in quel po’ di vita sociale che ho avuto (generalmente non molta, a parte qualcuno col carattere più sbruffone, o che per qualche caso della vita è stato meno sui libri ma è venuto su bravo scrittore lo stesso). E cosa conosce? Chi frequenta costui? Ovviamente i salotti della borghesia, nobili più o meno decaduti, circoli tenuti su da altri mitomani, gente importante e megalomaneggiante, riccume vero o immaginario vario. Sì, lo so, che non è sempre così. Come parlerà il nostro scrittore di tutte queste persone? Ovviamente male, descriverà minuziosamente tutti i loro difetti, e dirà che il sistema socioeconomico da loro incarnato e teleguidato è costretto presto ad autodistruggersi come in un terrificante incidente stradale. Chiaramente la sto tagliando con l’accetta, è indubbio che la letteratura mondiale di tutte le ere ci abbia presentato anche tanti altri approcci e temi di immenso e gustoso spessore, però un fondo di verità, in questo mio discorso dai toni svaccati e confidenziali, secondo me.

Poi Francis Scott Fitzgerald, nella sfiga di essere morto giovane senza godere di gran parte del successo che si era meritato, ha avuto il culo di veder subito avverata la sua profezia, con l’American Dream che si è andato fisicamente e clamorosamente a schiantare (per un po’, non cantate vittoria) a fine anni Venti. Chiaro che se la Storia ti cosa e puoi pure alzare (in maniera figurata) il ditino dicendo che avevi previsto tutto come manco Cacciari… (Francis, ma ‘sti numeri del SuperEnalotto?). Insomma, a uno così non gli puoi certo dire che stia usurpando il posto che occupa. Però, iniziando finalmente a commentare a caso il romanzo, confesso che il simbolismo sparso qua e là mi lascia perplesso. Cioè, Gatsby allunga il braccio verso questa famosa luce verde che immagino quasi abbacinante e ciò sta a significare che sta sforzandosi per raggiungere quel sogno che però la dura realtà non può che beffardamente negargli perché ha umili origini. Quindi il nome cambiato e tutto l’impero di farloccate che ha messo su sono penosamente inutili. Il cartellone con gli occhi impressionanti del dottor Sguardoglacialedaoculistachenondevechiederemai sta a significare che potete sbattervi quanto volete a simulare, a fingere di essere ciò che non siete sperando che il vostro avanzamento di status sia accettato dall’apposito ufficio, ma al Destino non gliela si fa. La Verità (o forse addirittura, rullo di tamburi, Iddio, quell’Iddio smarrito da una società divenuta improvvisamente superficiale, priva di valori e tesa solo all’apparenza e all’inseguimento del benessere) vi guarda. E, soprattutto, vi giudica. Poi che c’era ancora? Il giallo e i vestiti o i pezzi dell’arredamento color oro che simboleggiano i soldi e il materialismo, ‘na cosa del genere. Mah, per me saranno anche elementi evocativi, ma i simboli in un’opera d’arte forse devono essere infilati in maniera più discreta, ci dev’essere un maggior margine di ambiguità, molteplici chiavi di lettura e di interpretazioni possibili, ecc. Qua invece vedi una luce e subito GUARDA, E LUI, L’AMERICAN DRIM KE TANTO PROMETTE È ILLUDE MA KE POI DISTRUGGIE I NOSTRI VALORIH, EKKOLO!1!1

Un’altra cosa che mi ha turbato – si fa per dire – è Nick, il narratore paraculo che ha il pass per frequentare legittimamente entrambi gli ambienti e gli schieramenti, senza venire bullizzato o guardato strano, quindi sia i vecchi sia i nuovi ricchi (o Midwest e West, come la volete mettere). Insomma, è una figura (volutamente) molto incolore che già dal cognome non sembra curarsi particolarmente di ciò che gli accade intorno. Ciononostante si prende la briga di raccontarci tutta ‘sta roba (mah), con tanto di elenco telefonico, snocciolato a un certo punto, della gente che partecipava ai festini tra perfetti sconosciuti. Inizialmente è tutto un Gatsby qua Gatsby là, al punto che sulla sua eterosessualità non ci sarebbe proprio da scommetterci la casa. Poi anche Gatsby lo delude, credo, boh, è tutto uno schifo, signora mia, un’indifferenza, uno sgusciare via nella nebbia e un troncare telefonate. L’eredità più memorabile che mi lascia è la frase all’inizio con la quale stronca in partenza il “burino” Tom, cioè uno che aveva raggiunto il top a ventuno anni eccellendo (ma neanche poi tanto) in una roba da grezzoni come il football americano, o almeno a me pare di leggere un certo malcelato disprezzo, e da lì in poi è stato solo un inesorabile declino psicofisico e soprattutto umano. Myrtle, agitando il cane e imitando le pose dei ricchi, cerca di darsi un tono ma Tom brutalmente la abbatte rimettendola al posto suo e ricordandole che è solo una poveraccia destinata a rimanere sempre tale per quanto si sforzi. Una crudeltà espressa così, selvaggiamente, senza filtri fisici e psicologici, non la ricordo manco nella giungla dell’asilo o alle elementari. Il rant razzista sempre nella parte iniziale fa viaggiare la mente portandola a quegli inebrianti cenoni o a quei momenti di vita pubblica obbligatoria nei quali si è costretti a sorbirsi sproloqui da parte delle innumerevoli catene di WhatsApp viventi autorizzate a circolare.

Insomma, per l’autore, l’America (e quindi noi) stava, sta decisamente esagerando e bisognava, bisogna ritornare ai vecchi valori di una volta, quando si era più poveri e con meno grilli per la testa, ma i rapporti umani erano più umani. Tutti gli danno ragione, bravo Francis Scott Coso, bel discorso, mi sei piaciuto. E un secondo dopo riprendono a commerciare come dei pazzi e a inseguire l’American Dream, eventualmente rivisto e attualizzato (qualcosa tutto ciò forse vorrà dire). Un punto di forza del romanzo è che comunque ha goduto di un successo nazionalpopolare senza la scorciatoia di basarsi su personaggi per i quali lo spettatore possa ragionevolmente tifare o provare empatia. È tutta gente malfatta, sfuggente, inutile, indifferente, superficiale (Daisy non è magari il personaggio più malvagio, ma nel complesso, sarà per lo svampito opportunismo e per l’impalpabilità, tocca vette di squallore e di impercettibilità umana memorabili). Soprattutto, credo vadano decifrate le microdifferenze esistenti tra uno stronzo e l’altro, e quindi suppongo sia necessario farsi un po’ sommelier della merda per amare fino in fondo questo romanzo. (Ah, aperta parentesi, mi pare che ci sia una scuola di pensiero tendente a magnificare Gatsby, contrabbandiere sì, ma illuminato, dato che snobba i festini da lui stesso organizzati e si dimostra superiore nelle scelte e nelle pose alla miseria umana invece costantemente sprigionata dai vecchi ricchi; Gatsby ultimo grande eroe romantico che muore per un sogno, per un ideale, cioè l’amore per Daisy; un uomo talmente solitario che quando muore, a circo concluso, le genti manco vanno ai funerali, che peraltro si svolgono sotto la regolamentare pioggia messa per amplificare il senso di afflizione e smarrimento generato dal consumismo galoppante; ma credo sia ovvio, almeno ai malfidenti come me, che Daisy se la voglia prendere come prova di forza per dimostrare inequivocabilmente di aver completato l’arrampicata sociale, raggiungendo quell’agognato gradino più alto che sembrava non acquistabile e conquistabile grazie alla mera forza bruta assicurata dai soldi; in altre parole, ‘na grandezza, ‘sto Gatsby, proprio, non ti dico). Romanzo, dicevo, che io invece mi sono limitato ad apprezzare in primo luogo a livello di crepuscolarità delle atmosfere e delle descrizioni (con la voce bella pastosa e carismatica del grande e ahimè scomparso Frank Muller che legge, poi, si raggiungono sublimi vette di momentaneo benessere).

Immagine da Invisible Themepark.