L’angelo tocca l’abusato tema del diverso, valutato, scrutato, annusato in tutti i modi fin nei suoi orifizi e sfruttato a scopi circensi dalla comunità come sempre impicciona e stolidamente, popolanamente maligna, oltreché di limitate vedute, non in grado di spingersi al di là del suo bieco e familisticamente amorale tornaconto personale più terra terra. Quindi i sospetti del parroco (personaggio irrinunciabilmente centrale, come l’istituzione che rappresenta, in qualsivoglia raduno di antica umanità che si rispetti)(antica dentro), le perizie tecniche, i curiosi che giungono “fin dalla Martinica”, la processione interessata dei malati. C’è tutto, perfino le attention whore in cerca di spiragli di visibilità per imitazione (ma che non sono abbastanza freak per ottenerla e vengono quindi subito liquidate, fino all’apparizione della donna-ragno che stabilisce un nuovo standard). Come in romanzi o racconti esistenziali simili il protagonista, per contratto, per suscitare empatia e tutto, sembra fragile, incolpevole e smarrito, e subisce passivamente (“L’angelo era l’unico che non partecipasse al proprio avvenimento”, nella visione dei puri solo l’assenza può determinare la vera purezza). Anzi, stupisce il disprezzo (parola forte) che nutre nei confronti dei cristalli di canfora e delle colazioni papali. Il consueto umorismo surreale di García Márquez (i miracoli sbagliati, come a sottolineare il sentirsi inappropriato e fuori luogo del detentore di ali) suggella gloriosamente l’episodio.

Riguardo a Il mare del tempo perduto probabilmente all’epoca andavo in visibilio per passaggi come quello della tartaruga sgozzata che però le scappa il cuore e allora bisogna inseguirlo e ammazzare pure lui (come cacchio scrivo?), ma anche solo per la successiva, salace, perentoria frase “Mangiarono fino a non poter respirare”. Oppure l’idea immaginifica che si possano cavare i pesci dal mare chiamandoli col loro nome del racconto successivo. O la conclusione “[…] là, dove il sole brilla tanto che non sanno verso dove girare i girasoli; sì, là, è il villaggio di Esteban”, come a pennellare con sapienti e veloci tratti una natura anch’essa esterrefatta e attiva partecipante all’abbagliante sogno collettivo. Universi interi di barocche possibilità abilmente scolpiti e rinchiusi in poche frasi e poi subito accantonati per passare alla suggestione successiva. Erano belli i tempi in cui queste piccole cose mi lasciavano di stucco e le consideravo “the state of the art”, mentre oggi sono così arido e diversamente allucinato e sostanzialmente non me ne frega quasi un cazzo, e a momenti passo dalla parte di quelli, binari, inconcepibili, che “non leggo più narrativa, pfui, per me solo saggi di cibernetica e insalate di matematica, grazie”. L’ariosa ambientazione marittima della maggior parte di questi racconti si contrappone agli asfittici villaggi che avevano caratterizzato la precedente produzione dell’artista, ma alla fine è più un cambiamento cosmetico che questa rivoluzione che si dice. L’ultimo viaggio del veliero fantasma, Saramago stuprato da Baricco, allora decenne.

Veniamo a Eréndira, il piatto principale. Sicuramente García Márquez rimase molto impressionato quando da ragazzo vide quella innocente fanciulla mercificata nel bordello, da lì la spinta a denunciare le invivibili condizioni sociali nelle quali i poveri sono costretti a ecc. In alternativa, era un pervertito dalle fantasie sessuali inaccettabili. Però, come Nabokov e Frank Zappa, ha avuto almeno il tempismo giusto nel levarsi di mezzo evitandosi le polemiche schizzate, i premi ritirati, i film rigirati, le asieargento che dicono che il garantismo è una roba per democristiani dell’Ottocento (i famosi democristiani dell’Ottocento) cuoriciate appassionatamente dal bestiame di Twitter manco in grado di rendersi conto della propria orrenda bestialità. Il trattamento inumano destinato dalla caricaturale e mostruosa nonna alla piccola Eréndira per il suo effetto sorpresa crudo e ricercato mi porta alla mente l’inattesa glacialità riservata a Karl Roßmann da suo zio, anche se ovviamente a lei è andata un pelo peggio. Quasi raskolnikoviano nei toni e negli spruzzi il momento di catartica rimozione della megera, che pur cerca di continuare a sopravvivere da morta restando appiccicata il più possibile al suo uccisore. Questa disperata forza di volontà, emersa anche nei precedenti momenti di puro Road Runner nei quali sopravvive senza apparente sforzo agli attentati, la caratterizza come il Male. Qualcosa del quale è difficile disfarsi, che non è possibile vincere completamente, che ci resta addosso e continua, vitale, a far parte di noi in ogni attimo. Ovvio solenne finale con l’accecante sparizione dell’ingrata (ingrata verso il povero Ulises, ma dopo quello che ha passato si può capirla) Eréndira, che si dilegua poeticamente nei meandri della nostra immaginazione.

Dietro i paraventi esotici, lo scopo ultimo di García Márquez a tratti pare essere quello di dire cose orribili della gente, ammassando acriticamente il maggior quantitativo di casi umani possibile, quindi tutto sommato, al netto delle indubbie differenze personali e climatiche, me lo sento abbastanza vicino.

 

Foto di Hernán Díaz.