Duby ha cercato, con enorme sbattimento, di ricostruire per noi quel mastodontico e incredibilmente affascinante puzzle che qualsiasi storia relativa a tempi così distanti rappresenta, e per farlo ha dovuto costruirsi dei solidi strumenti (studi economici, antropologici, agronomi, demografici, sociologici, ecc.), smazzarsi una quantità assurda di testi e documenti. Uno sforzo eroico, disperato, che tuttavia non è bastato, per ammissione (qua e là) dello stesso autore dell’opera, i buchi restano, così come le tessere collocate nella speranza che il loro posto sia più o meno quello. Le origini dell’economia europea è una storia dell’uomo. Della sua lotta impari e oggi troppo sottovalutata con la natura per cercare di trarre sostentamento dalla stramaledetta terra nonostante la foresta (che, favorita dal clima, raggiungeva nell’Europa Occidentale estensioni oggi inimmaginabili). Nonostante l’acqua e i fenomeni atmosferici, con la loro risaputa imprevedibilità (aridità estiva, brutalità delle piogge, erosione delle vallate, movimenti dei ghiacciai). Un uomo umiliato venendo talvolta legato indissolubilmente e poco democraticamente all’amara terra che coltiva, con metodi peraltro scarsamente produttivi a livelli che vanno probabilmente ben oltre la nostra comprensione di grassi e ben abituati consumatori da ipermercato. Un uomo venduto agli infedeli come schiavo, nonostante la blanda opposizione dei decreti carolingi, emanati nel timore di veder intaccata la clientela esistente o potenziale (gente convertibile con poco sforzo al cristianesimo).

È una storia delle monete, che si vanno imponendo, che cambiano forma, sapore, odore e materiale, che costituiscono un’affermazione del prestigio politico di coloro che le emettono e allo stesso tempo un irrinunciabile strumento utile a garantire la regolarità del gettito fiscale. Una storia del commercio, spesso visto con diffidenza per la sua intrinseca immoralità, perché tentando di arricchirsi si faceva piangere Aggesùcristo che i mercanti li aveva mujicamente scacciati, e quindi arginato in qualche modo tramite una serie di odiose misure illiberali (tra i mercati della domenica, solo quelli legittimati da antiche consuetudini meritavano di sopravvivere, i prezzi andavano calmierati per legge). Importante anche il ruolo giocato dai continui e brutali saccheggi per agevolare i trasferimenti di ricchezza, e quindi quella che oggi definiremmo come la mobilità sociale.

È una lotta tra poteri, come sempre. Entra in gioco la cosiddetta “pace di Dio”, concetto affermatosi specialmente nell’ultima fase del processo di feudalizzazione. I sovrani, sempre più deboli, non erano più in grado di garantire pace e giustizia, almeno nelle modalità improvvisamente ritenute più gradite a Iddio. Come ai nostri giorni correnti della magistratura, Unione Europea e Presidente della Repubblica si espandono affannosamente per supplire alle carenze della politica, sfiduciata dalla crisi, dagli scandali e dagli elettori facilmente raggirati dalla post-truth, allora erano i vescovi a farsi carico della situazione, tramite il loro braccio armato, i signorotti locali. Questo sistema non riesce a fermare efficacemente le scorribande, che continuano a dilagare per tutto l’XI secolo, e pure per il XII. Ma, molto importante, la guerra inizia a essere vista non più come qualcosa di giusto diciamo “di default”, come il momento più alto dell’affermazione della libertà individuale, con conseguente legittimazione morale del bottino. I concili di pace restringono entro confini ben precisi la sua liceità, in certi contesti combattere cominciava a essere considerato addirittura perverso o comunque contrario ai saggi e infallibili disegni divini. Il costo della guerra intanto sale a causa delle nuove tecnologie, che portano una corazza di ferro a costare quanto un’azienda agricola.

E ancora l’ostentazione della povertà, quella della ricchezza (il piacere primordiale di sperperare allegramente, fondamento del modo di vivere aristocratico, recepito dai nuovi ricchi). Il ruolo dei lasciti e delle donazioni ai luoghi di culto e di preghiera, nel timore di Dio, nella vana speranza di una vita ultraterrena; il tutto concorre a movimentare l’economia. Gli osceni privilegi dell’aristocrazia vengono messi in discussione tanto da queste donazioni pie quanto da quelle successorie (la crescita demografica, motore dell’espansione agraria, è potente nel XII secolo). Essa reagisce avvalendosi del bug di sistema costituito dalla flessibilità delle regole, dovuta all’assenza di codici scritti, quindi ottenendo concessioni compensative dalla proprietà eccelesiastica, visto anche che monaci & C. non sapevano che farsene di tutte quelle terre. Le concessioni temporanee ovviamente si trasformeranno in definitive (“Oh, nel fondo ci sto io da un sacco di tempo, che fai, me lo togli?”). L’attenuarsi della schiavitù e la sua trasformazione in “raccomandazione” e servaggio (oppressi e poveri che si legano al potestato di protettori), l’affermazione della signoria bannale, una specie di saccheggio legittimato. Le fonti sono lacunose in special modo per quanto riguarda la storia delle tecniche agricole, del potere fertilizzante del letame si sapeva, ma esso costava, e quindi scarseggiava (i contratti d’affitto nella zona di Parigi imponevano di utilizzarlo soltanto un anno su nove, il quinto). L’aratro diventa la cellula economica di base e assurge a strumento per classificare la forza lavoro: quando l’uomo senza aratro incontra quello con l’aratro è un uomo morto. Si comincia a intuire che la modifica del paesaggio – con qualche rinuncia, alle zone di caccia, per esempio – potrebbe portare ricchi vantaggi (nella Lorena dell’XI secolo le aziende create dal nulla in mezzo ai boschi assumono il significativo nome di “guadagni”). E poi il dissodamento delle aree incolte, il maggese, ecc.

“Il buco l’abbiamo ricevuto in eredità da quelli che c’erano prima” già ai tempi dell’abbazia di Cluny.

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