Non amo molto lo stile del Carocci (almeno in questo testo). Si tratta di uno di quei saggi nei quali si fa fatica a individuare un’idea di fondo, sostenuta con passione dall’autore, o un filo conduttore, l’impressione è che un’ininterrotta e capillare serie di nozioni (storicamente preziosissime, per carità) poco correlate tra di loro venga buttata nel mucchio, senza che poi niente venga davvero sviluppato adeguatamente. Di solito questi testi non lasciano molto a una prima scorsa, costituendo più che altro una miniera di informazioni alla quale attingere di tanto in tanto nel corso di altre letture. Un’amena caratteristica di questi saggi poi di solito è, fateci caso, l’uso e l’abuso indiscriminato della parola “borghesia”. Che sia alta, bassa, media, terriera, centromeridionale è lei, inevitabilmente, la grande protagonista, principio e fine di ogni cosa e le viene attribuito di volta in volta di tutto, dalla crisi dei mutui subprime alla retrocessione della SPAL in Serie B.

Si potrebbe dire però che questo approccio alla fine è quello che più si addice a descrivere l’acerba Italia unita e la frastagliata, instabile e confusa politica di quel tempo, alle prese con la sempreverde questione meridionale (l’era Giolitti fa segnare un’inversione di tendenza rispetto alla meridionalizzazione di quella Depretis, con grandi infornate di senatori settentrionali); con il boom economico e industriale, e il conseguente miglioramento delle condizioni sanitarie e di vita, alternato a improvvise crisi in alcuni settori produttivi; col rapporto delicato tra governo e Partito Socialista (a sua volta lacerato dall’eterna lotta tra massimalisti e riformisti, che ovviamente si cerca di tirare dentro in qualche modo per calmare un po’ gli umori della piazza); con le continue oscillazioni tra politiche liberiste, protezioniste e stataliste (nazionalizzazione delle ferrovie, monopolio delle assicurazioni sulla vita) e l’ininterrotto avvicendarsi di ministri a volte molto diversi tra loro per idee, carattere e impostazione; con i sindacati in via di affermazione e i poteri forti che diventano sempre più forti; sospesa tra le ambizioni imperialiste e la più realistica visione di uno Stato modellato sulle esigenze della piccola proprietà terriera, magari quella un po’ più con le pezze al culo particolarmente diffusa in Piemonte, terra d’origine di Giolitti, considerata come la base sociale di riferimento.

Memorabile, in questo contesto, il rapporto tra Sonnino e lo stesso Giolitti, peraltro in concorrenza tra loro per ottenere l’appoggio dell’Estrema (sinistra storica), con i due che nel tempo si scambiano i ruoli, corteggiandosi e rifiutandosi alternativamente come dei teneri piccioncini. Dalla lettura emerge ovviamente la personalità sfaccettata, duttile e decisa del nostro: ok, prendersela con i prefetti non è così significativo, ma inalberarsi nientepopodimento che con Re Umberto, come avvenne alla caduta del suo ministero nel 1893, è indice di un caratterino mica male, del resto nei ritratti ha sempre quell’espressione così fiera, accigliata, baffuta e sicura di sé.

Altri aspetti di rilievo sono il trasformismo imperante e la distinzione apparentemente così poco definita, rispetto a tempi e concezioni più recenti, tra destra e sinistra. I governi venivano definiti “di destra” o “di sinistra” a seconda della preponderanza nel numero e nell’importanza dei ministri dell’una o dell’altra parte, insomma, una sorta di inciucio e mercato permanente generalizzato. A Travaglio sarebbe venuto un ictus.