Premesso che per me puoi metterti a sproloquiare a piacimento nei romanzi o nei racconti giusto se sei Thomas Bernhard (e anche lì). Miller ha probabilmente influenzato schiere di autori inconsapevoli (ho trovato un vecchio articolo de Il Giornale nel quale varia gente celebre lo schifava o si mostrava fredda, sì, magari ai suoi tempi, ma ormai è superato, son mejo io coi miei Harmony fantasy, ma che, scherziamo?). Senza di lui probabilmente non saremmo nemmeno qui. Tutti i vari, molteplici, maledetti Qualcosa del genere, Svart Jugend, Diecimila.me, Fabio Fazio si incula da solo, ecc. grandi e piccini di tutto il globo, quelli che partono dal cazzo (o chi per lui), da un pretesto qualsiasi insomma e ci costruiscono, ci ricamano, ci vomitano sopra da piacenti uomini di mondo una storia bizzarra, ironica, ingegnosa, ficcante, surreale e arzigogolata, talvolta scurrile, con impreviste e argute sterzate umorali, come va di moda, ricevendo in cambio i vari “GENIO1!1!” e “ingravidami nao” nei commenti, oltre alla pubblicazione dell’ennesimo libro che verrà spammato su Facebook ogni giorno, a tutti e cinquemila i contatti, compresa la maestrina delle elementari nel frattempo deceduta. Viene tutto da qui (o almeno credo). Non ho capito se Tropico del cancro mi piaccia o no, se sia questo grande capolavoro semidimenticato della destrutturazione critica, a colpi di peti, della società borghese, ho cercato pure il film del ’70 ma finora ho trovato solo due fonti e forse è pure in russo (?), e già questo dice. Per come la vedo io, è fin troppo autocelebrativo ed esplicito, quasi didascalico, nelle prime righe, quelle che poi racchiudono il senso dichiarato di tutto. Lui è il grande trasgressivo totalmente fuori dagli schemi della letteratura novecentesca (e ci ha anche ragione, viste tutte le note difficoltà dell’opera nel vedere la luce, processi, censure, camilliruini, yawn). Lui è il Vasco Rossi americano-parigino totalmente onesto col suo pubblico, l’autore che è così grande appunto perché espone tutte le sue debolezze e le sue altrimenti esecrabili o poco invidiate miserie umane (in un altro contesto pure trascurabili, chi se ne fotte dopotutto di uno che scopa tutto il tempo e non ha altro interesse nella vita… manco i bonobi), e lo fa, stupore, in totale sincerità, senza filtro alcuno. Senza mani, senza rete. È tutto squallido, è tutto morte, malattie, precariato e disperazione, la vita si consuma in fretta, infiliamo il membro dove capita, del diman non v’è certezza. Non sono un artista per quello che scrivo, ma per come vivo, quindi essenzialmente per quanto trombo. È stato detto che il vero protagonista in realtà non è lui, ma la Parigi brulicante di vita, miserie e brasserie dell’epoca, con i suoi vicoli straccioni e un po’ sconosciuti popolati da compagnetti di merende e altra sciancata umanità, e che lui sapientemente rende immortali a botte di sbilenchi e indecifrabili deliri surreali. Può essere, ma alla fine mi pare un modo come un altro per illudersi che a Miller interessasse qualcos’altro oltre alla figa, e, magari sì, a vaneggiare un po’ (un po’ tanto) sulla realtà nei suoi vari aspetti, come in fondo piace fare ai moltissimi alcolisti tuttologi più o meno anonimi della galassia.