La prima volta una ventina d’anni fa. Le anatre al parco che non si sa poi dove cazzo vadano a finire (io un sospetto ce l’ho). Lui che in poche ore parla con la gente, si agita, s’infervora, non si capisce manco bene perché (e non ci parlare con la gente se ti fa ‘st’effetto, no?) e ci fa conoscere indirettamente mezza Nuova York. In compagnia ma isolato. Sboccato ma quasi autistico. Lo stile giovanilistico e colloquiale come mai prima d’allora. Il finale irrisolto, com’è giusto che sia, in linea con l’attuale vicenda umana. L’ho ripreso in mano di recente, non perché lo consideri il romanzo del mio cuore, ma dato che, insomma, da Il giovane Holden a Il terzino nella grappa (o quel che preferite) ce ne passa, controlliamo un po’ se per caso non mi hanno truffato cambiando troppo o infilandoci robe strane, e poi è uno dei testi fondamentali della letteratura del Novecento, vediamo in lingua originale com’è. Phony, that killed me, crumby, chrissake, ecc. ripetuti fino alla nausea, va bene, abbiamo capito.

Mi hanno sempre affascinato le figure degli artisti noti per una sola hit (perché non gliel’hanno fatta a replicarne i fasti o perché troppo scontrosi, per erikssoniana scelta di vita), tipo Ruggero Leoncavallo, o in tempi più recenti Marco Ferradini. Ma Salinger stranamente no. Sarà che il digiuno, la teoria dell’orgone e l’urinoterapia non sono tra le mie principali passioni (ma a quanto pare erano tra le sue: Salinger, ma io e te…). Non che non mi sia piaciuto rileggerlo, ma insomma, parte dell’appeal originale, puff, se n’è andato: è come immergersi nell’ascolto del metal attuale per anni, e poi passare o tornare a quello che definivano usando lo stesso termine nei Seventies, bellissimo ma forse non è proprio quello che si sta cercando dopo essere stati cullati dal doping così a lungo, a livello di sonorità e tutto il resto, le orecchie si sono troppo abituate a livelli di satanismo superiori, pare che manchi qualcosa, è necessario un periodo di assestamento. Il disadattato Holden non sembra poi così disadattato come si dice, l’antireligiosità sprigionata non susciterebbe un brivido nemmeno più in Papa Francesco, così come il sesso e la prostituta gettata in mezzo. Il linguaggio allora così fresco e trasgressivo suscita un “vabbè, tutto qui? ora ci si è spinti molto oltre, dovresti proprio leggere TizioCaio, sai?”. E all’ennesimo backasswards, cockneyed o rubbernecks si vorrebbe andare da Salinger, o da chi ne fa le veci ora che è morto, abbracciarlo e sussurragli paroline affettuose.

Insomma, se hai fatto presa perché ripetevi tante volte “frocio” quando ancora non si usava e per un tormentone azzeccato sulle anatre (estremizzo ma un po’ di verità c’è), secondo me ci può stare che ti si dica che altre opere di narrativa con decenni sul groppone ora se la passano meglio. Sì, lo so che è un testo che ha influenzato più o meno tutto, che io nemmeno sarei in grado di alzarmi per andare al cesso se non fosse stato divulgato, che la New York così dettagliatamente tratteggiata con i suoi personaggi non ha pari in letteratura (va bene anche questa, sulla fiducia), che il romanzo è un prodotto della guerra che ha cambiato, yawn, le vite degli americani e quello che volete. Ma, semplicemente, alcuni racconti scritti da Dürrenmatt anni prima di quest’opera li rileggo e mi sembrano incredibilmente avveniristici e profondi, trovo sempre cose nuove, la scelta di ogni singolo termine mi travolge e sto lì tramortito a fantasticarci sopra. Mentre ciò non avviene per quanto riguarda il nostro seguace dell’omeopatia e della macrobiotica. (Oh, poi magari Leoncavallo, Dürrenmatt e Ferradini avevano – Ferradini è ancora vivo? è un po’ che non lo invitano a trasmissioni per nostalgici e circhi Barnum vari, mi pare – abitudini e credenze anche assai più discutibili, però…).

Foto: Antony Di Gesu/San Diego Historical Society/Hulton Archive Collection/Getty Images.