Secondo una recente ricerca è impossibile nel corso della propria vita riuscire a leggere anche solo una buona parte dei “classici” (non ho capito onestamente se il discorso sia limitato a narrativa e dintorni, ma temo di sì, i manuali tecnici poi occorrerebbe studiarli per capirci qualcosa, operazione che richiede ben altro dispendio di forze e di tempo). Questo ovviamente dando per scontato una durata non breve dell’esistenza e un bel po’ di tempo libero speso regolamente davanti ai libri. Quindi è inutile che facciate tanto i sostenuti, un sacco di roba considerata importante non l’avete letta manco voi, e al fatto che rileggiate addolorati per la quarta volta l’opera omnia di Tizio Caio (eccelso intellettuale prima della sua morte conosciuto dallo 0,002% della popolazione) appena questo schiatta, come annunciate sui social, ci credo poco. Se poi tra le letture abituali infilate anche tutte le novità (sennò poi le classifiche annuali puntuali a metà dicembre come le fate?), o cose come l’ultimo della Rasulo, o questo blog, beh, addio. Insomma, lo confesso, ero arrivato fino a questo punto della mia misera vita senza aver nemmeno mai cagato di striscio Lord Jim, quindi ci ho tenuto a rimediare, facendo le cose in grande e procurandomi anche la versione originale. È impressionante la padronanza del linguaggio e la quantità di termini cacciati fuori da un autore nato nell’attuale Ucraina e che ha cominciato ad apprendere l’inglese (credo) solo quando aveva una ventina d’anni e la corteccia uditiva già bella che arrugginita (?).

Lord Jim s’inserisce a suo modo in quel filone di romanzi marinareschi d’avventura un tempo piuttosto prolifico, che da uomo vivente nel 2017, quasi 2018, mi fa sbadigliare disperatamente in partenza come manco l’idea di Saviano da Fazio, a tal punto che perfino ogni razionale e necessario sforzo di contestualizzazione e tutto risulta vano. Diciamoci la verità, del mare inteso come ultima frontiera dell’esplorazione umana e di quel tipo di immaginario zeppo di eroismo, abietti pirati e strani ceffi enigmatici pieni di cicatrici e tatuaggi a esso legato non ce ne fotte veramente più nulla. Se voglio informarmi sulle profondità degli oceani o sui luoghi esotici pieni di selvaggi mi guardo Superquark. Se voglio fantasticare di realtà totalmente estranee alla mia abitate da strane creature deformi c’è Space X, coi suoi avveniristici razzi riciclabili. Il mare, annessi e connessi, non è (più) così stuzzicante. Per quelli come me, nati oltre una certa data, non lo è stato mai. Anzi, a dirla tutta preferisco di gran lunga l’onestà dell’approccio piuttosto spiccio alla Salgari (ammesso che fosse così, l’ultimo l’avrò letto da bambino piccino e ricordo poco) piuttosto che quello intellettualeggiante di Conrad, che da precursore del modernismo me lo fa a fette con le sue trovate. La democraticità e il pluralismo insiti nella scelta di mostrare anche il punto di vista dell’amico del cuore, quello (altrettanto fondamentale) dello scaricatore di Porto Ercole, quello della mosca sul naso dell’amico dello scaricatore… Ennamo. E poi la narrazione transtestuale, lo straniamento, la decifrazione ritardata e tutto il cucuzzaro. Keep. It. Simple, perdio. Ché poi tutta ‘sta modernità stride parecchio con lo stile ottocentesco, appesantito e immaginifico di certe descrizioni. Perlomeno all’occhio del lettore di oggi. Insomma, mi rendo conto che non sia molto elegante, ma ogni tanto si potrà pur sussurrare che un autore, per quanto a suo modo geniale anticipatore e dotatissimo, non un fesso qualunque insomma, sia invecchiato molto precocemente?

Mi si potrebbe obiettare che non batto ciglio di fronte a opere liriche degli scorsi secoli immerse nei barocchismi per godere delle quali pure è richiesto un notevole sforzo, dato che quei mondi e quelle mentalità appaiono ormai lontanissime, a tratti grottesche e raccapriccianti. Sono umano, cerco di essere coerente nella rappresentazione che mi do del mondo per quanto posso, ma una certa umoralità non mi è probabilmente estranea. Le opere liriche, tuttavia, sono tenute insieme da quello straordinario collante pieno di vitalità che è la musica, solitamente composta da gente che la sapeva lunga. Molto lunga. Per cui, anche in presenza di versi così retrivi che triggererebbero (ma come scrivo?) qualsiasi SJW di passaggio costringendolo a lanciare istantaneamente la sua stessa merda agli astanti come un macaco, riesco a “passarci sopra” e a farmene una ragione. Un po’ come quando sento un disco dei Mötley Crüe che parla di figa. Ma poi vogliamo mettere la grandiosità insita nel concetto stesso di raccontare una storia complessa con la musica, le interpretazioni magistrali che la rendono viva, palpitante e sempre attuale, le voci incredibilmente sinuose e strabordanti di armonici, l’atmosfera creata da una messa in scena azzeccata, ecc.

Mentre leggo Lord Jim invece penso: “Già me ne frega ben poco dell’ambientazione, dei personaggi e delle loro vicende, ma perché cacchio adesso mi devo sforzare pure a capire chi è che parla e che gli passa nella capoccia, perché non mi vengono esplicitamente raccontati certi passaggi e dove si vuole andare a parare?” (eh, ma è perché non comprendo la grandiosità del narratore inaffidabile che si affianca e si contrappone a quello onnisciente, della struttura temporale aperta, dei narratori che albergano a matrioska dentro altri narratori). Poi vabbè, se volete leggervi una recensione seria e professionale che decanti la profondità dell’amicizia tra Jim e Marlow, così diversi eppure così bla bla, lo sforzo del protagonista per sfuggire alla vita di routine imposta dal capitalismo dilagante, e Conrad che a differenza degli altri grandi della letteratura parla di ombre ed è tutto un enigmatico e superiore girarci intorno senza arrivare mai, grandiosa metafora della vita istessa, suppongo ce ne saranno a palate là fuori. A me semplicemente Lord Jim e i suoi antieroici malori affascinano troppo poco perché possa decidere di sbattermi così tanto per decifrarne la più intima essenza, anche se sono certo che sto commettendo un errore gravissimo e irreparabile. L’ennesimo di una lunga serie.

 

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