Uno dei racconti più incredibbbili e martellanti di Dürrenmatt è quello in cui un miliardario onnipotente un po’ per noia rapisce suo figlio, forse l’unico?, lo costringe a vivere come un animale da gabbia, e si barrica nella sua villa megagalattica con alterigia, ben consapevole di dover difendere tutto dagli assalti insistenti dell’esercito, degli esattori delle tasse e dei vicini di casa che bussano, col solo ausilio delle sue mitragliatrici ululanti. E bombe a mano, e sommergibili nucleari, e tricchetracche. Un racconto scritto negli anni 40, che uno si chiede come cazzo è possibile, potrebbe spuntare benissimo dall’ultima raccolta di un Ammaniti del futuro strafatto di anabolizzanti fin nelle unghie dei piedi.

DürrenmattUno di quei racconti incredibilmente brevi ecchepperò non piacerebbero a chi utilizza il web come se fosse Simac il gelataio, ma anche a tanti drogatoni di internet, dove ormai non si legge, si scansiona, si rimbalza tra le informazioni. Dove bisogna spiegare sempre tutto, anche l’ovvio, e l’inferenza è il Male. Mettere i puntini sui puntini, e sui puntini, e su altri puntini ancora già presenti sopra le i. Altrimenti scatta l’inevitabile “non ho capito QUINDI fa schifo al cazzo, clic, prot, ESC“. (O impressionare con effettoni speciali, il tanto fumo e pochissimo arrosto, concentrati pseudogiornalistici inestricabili di nomi, nozioni, paroloni, riferimenti, link e illazioni in una manciata di pallosissime righe, tanto per far pensare al passante “ah, questo ne sa, non può che aver ragione, tornerò“).

Il fascino di questo miniracconto, e ovviamente dei suoi fratelli, oltre che nella sua brevità-densità, così cercata, risiede nella sua naturale amoralità. L’autore non si sente migliore del lettore, non pretende di infilare sempre, comunque e ovunque la sua inflazionata, antiberlusconiana e nichilistica lezioncina di vita (come noi vari bloggahhh magari facciamo anche quando parliamo di cinema, di Champions League, dell’ultimo antivirus o di qualsivoglia stronzata). Ma solo di giocare, che è già tanto, tantissimo. Non un vuoto gioco circense fatto di oziosi e prevedibili funambolismi creativi progmetallari, ma perfido e stupefacente, ambiguo e inafferrabile. A Dürrenmatt non interessa timbrare il cartellino con la solita, penosa, rassicurante storiella dotata di un inizio, uno svolgimento e una fine. Il racconto lo deve completare l’utente indifeso, preso per mano e sadicamente abbandonato nel più grottesco e disturbato dei micromondi impossibili. Cercare di uscirne vivo per tentativi, escludendo per strada le ipotesi più improbabili e pazzesche, o anche sguazzarci dentro porcellosamente, se preferisce. Il vero fantasy è questo, non ririraccontarti per milioni di pagine quanti peli nel culo ha un folletto dal nome impronunciabile con sottofondo di epiche musichette predigerite dal generatore casuale di stucchevolezze hollywoodiane.