Un aspetto di internet che mi ha sempre (dis)turbato è il suo dimostrarsi spesso così avara di materiale su autori scomparsi o passati di moda prima dell’esplosione termonucleare globale della rete stessa. A meno che ovviamente non si tratti degli arcinoti e degli arciclassici. Un esubero, un tripudio di voci inutili e ripetitive su personalità fin troppo conosciute e idolatrate che vanno a comporre una giungla di informazioni inestricabili per qualsiasi algoritmo… figuriamoci quelli progettati da informatici geniali ma incapaci di operazioni apparentemente semplicissime e talvolta indispensabili alla sopravvivenza, quali nuotare. Sembra essere stato così immeritatamente tritato, inghiottito da questo nuovo oblio tecnologico col buco nero intorno anche Massimo Grillandi, saggista, poeta, giornalista, scrittore di un certo successo quasi suo malgrado (ma chi ci crede). Divulgatore del verbo di personaggi famosi e conoscitore di vite altrui, più che della propria. Vincitore del Premio Bancarella del 1978 con La Contessa di Castiglione, deceduto nell’indifferenza generale nove anni più tardi.

Il pianeta dei mostri (Società Editrice Internazionale, 1981) non è tra le sue opere più prestigiose, ma ebbe una certa diffusione negli anni Ottanta come opuscolo di fantascienza dalle fattezze quasi ideali per sfamare fanciulli random, per un po’. Traduzione: era tra i testi che le prof d’italiano ti obbligavano probabilmente a leggere alle medie. Protagonisti sono George e Simon, due adolescenti saccenti e petulanti, aspiranti Giovani Marmotte apparentemente in grado di dialogare tra loro solo in modo estremamente legnoso e stereotipato. Anche il tema dell’andare a zonzo per ere e mondi eterogenei, tenuti insieme da fili invisibili, e opinabili, a bordo di macchine del tempo straripanti di marchingegni dalle forme assurde e dagli invitantissimi pulsantoni luminosi non si può dire certo originalissimo.

Tuttavia, per qualche motivo, mi sono rimaste impresse descrizioni quasi leggendarie, come quella iniziale, la grandiosa ed esageratissima scena della cabina misteriosa depositata con enorme dispiegamento di mezzi e tentacoli sulla spiaggia oppressa e urlante, con gente inceneritissima a guardare, o a scappare, o a stare ferma immobile, zippata nelle scatolette malfunzionanti a quattro ruote, il disagio pietrificato e inespresso dell’uomo comune sempre sostanzialmente travolto da eventi più potenti di lui, come se il confine tra la dimensione di ciò che è ancora vivo, e tutto sommato in grado di parlare e dileguarsi autonomamente, e quella delle figure di sabbia e cartapesta spalmate sullo sfondo fosse sempre incerta e discutibile, il cielo e il mare pretesti facilmente interscambiabili senza tante conseguenze, la fine del mondo che grida dietro l’angolo come una puttana qualunque in cerca di attenzione solo un dettaglio quasi insignificante che può aspettare, lo spettacolo sanguinante del verderossoeblù obsoleto in confronto all’inesplorata enormità dell’immaginazione, e gli altri colorisaporiodori risaputi tutti perennemente sul punto di esploderti in faccia con una risata.