L’aspetto di questo libro che mi ha colpito di più è stato di gran lunga la sinossi in quarta di copertina (edizione economica Feltrinelli). Sono scioccato da come sia possibile condensare in così poche righe e in maniera tanto accurata e professionale il senso di un’opera, ogni parola è quella giusta, al posto giusto, e poi si parla pure male delle case editrici. Ogni tanto chiudevo il volumetto per andare a rileggermela, sbigottito, per andare a controllare che fosse ancora lì, che non fosse cambiato nulla dal primo istante, quello che mi aveva fatto innamorare in libreria, anni or sono. E quindi ora io che ci faccio qui, a parte esternare una delle mie solite e ripetitive posizioni? Ebbene sì, per quanto le parole scelte dalla Feltrinelli (o chi per essa) siano stupende e condivisibili, proprio non sono riuscito a provare il benché minimo interesse per le vicende umane, sociali, sessuali ed economiche del gretto e mediocre Mehring, il ricco e privilegiato uomo bianco di mezz’età che l’autrice ha deciso di creare dal nulla al solo scopo di metterlo alla berlina di fronte al folto pubblico internazionale.  Un pregio del romanzo sta nel condannare l’orrendo conservatorismo dell’afrikaner in questione ma in modo poco retorico ed esplicito, avvalendosi dei filtri menzionati nella favolosa sinossi di cui sopra, quindi la pluralità di sguardi offerti, i disinvolti passaggi dalla prima alla terza persona, i balzi temporali e i tutto sommato controllati flussi di coscienza. Nonostante la “modernità” delle tecniche di scrittura utilizzate, l’opera profuma allo stesso tempo di antico, sarà l’ambientazione prevalentemente agreste, saranno le descrizioni minuziose delle dinamiche della vita rurale che portano alla mente un po’ di classici.

Una certa originalità dello stile è innegabile, la ricercata sguaiatezza di alcuni passaggi, per esempio, come il granoturco che immagazzina “dolcezza di linfa, latte umano e sperma”, o le dotte considerazioni sulla disegualità delle palle che Mehring si soppesa attentamente con le dita, nudo, come il verme che è, appena uscito dalla doccia. Però, per quanto sapientemente scritto, il tutto mi dà l’impressione di gelido esercizio intellettuale. Mehring, Jacobus e gli altri non mi sono mai sembrati personaggi autentici, credibili, palpitanti, capaci di uscire dalla carta per venirmi pericolosamente incontro, non mi è mai venuto da empatizzare, da tifare per o contro di loro, o da pensare “oh mamma, e adesso?”, come quando Meursault per scazzo accoppa l’arabo, o Raskol’nikov per soldi la vecchiastra. Dall’inizio alla fine a lampeggiare nella mente è un unico, magnifico, ininterrotto “la vastità del cazzo che me ne frega”, come si dice adesso. Questa è la cruda realtà, e lo sapete benissimo anche voi. Ora dovrei sentirmi grezzo e in colpa per non aver apprezzato a sufficienza un romanzo che condanna coraggiosamente il razzismo e stigmatizza i crimini, sicuramente criminosissimi, dell’apertheid, per giunta creato da una donna (premesso che ho molte amiche donne che scrivono divinamente), ma niente, scusate, non gliela faccio, sono fatto così.

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