Ammaniti è uno che mi fa venire in mente Fabio Volo, vabbè, non esageriamo, o Zerocalcare (che quando usciva Fango aveva tredici anni, ma forse era già un nostalgico degli Eighties che sicuramente aveva vissuto con grande intensità). O quello di Jack Frusciante è uscito dal gruppo, dovrei guglare per sapere se è Britti o Brizzi o qualcosa di simile ma mi pare più corretto non farlo, lasciando i passanti nel mistero. Probabilmente è meglio di tutti costoro (non lo so, ho letto solo Branchie e questo, già il fatto che Ti prendo e ti porto via sia stato preso in prestito da un Vasco Rossi ormai imbolsito dà l’idea del livello di gentismo, Io non ho paura mi pare il classico tentativo di salto posticcio nel mondo degli ometti maturi per ottenere i consensi della critica, Io e te vai col minimalismo rintronato nei titoli alla Andrea De Carlo). L’abilità di Ammaniti, almeno dell’Ammaniti del ’96, sta nel sapere esattamente quello che il suo potenziale fan vuole, e nello scagliarglielo ripetutamente in faccia, come fa ora Zerocalcare, appunto. Nel saperlo preparare bene, come il piatto esteticamente curato dei programmi culinari che ora piacciono tanto. Insomma, il sogno di ogni casa editrice che non voglia andare fallita subito, ma che aneli a farlo più tardi.

Si trova in giovanilistica sintonia con chi ha conosciuto i tipi umani elencati nel racconto d’apertura stile Parenti Serpenti (alla fine ci piace sentirci ripetere cose che già sappiamo, è rassicurante e meno faticoso). Il racconto del narcotrafficante con gli ovuli nella panza mi prese molto, così come quello degli stupri e degli omicidi terribili dopo una banale serata in discoteca. Tarantino in quel periodo tirava a bestia, diamo al pubblico Tarantino, con una spruzzata di conformismo pariolino e altri facili obiettivi, trasgressività addomesticata e surrealismo alla Dylan Dog. Di fondo, siamo tutti vuoti e mediocri stronzi e, appena le situazioni della vita e il branco creano le condizioni giuste, l’animale si scatena, con grande spargimento di umorismo alla moda, frattaglie e sensi di colpa. Che vuoi che ne sappia quell’Ammaniti lì, che interviene già imbiancato con bonomia nei dibbbattiti pseudoculturali in giro per l’Italia, di papponi senza scrupoli, di folkloristici malviventi, forse pure di semplici abbordaggi in discoteca? Eppure li racconta e li spettacolarizza, senza umiltà, con occhio clinico e pseudotecnicismi da uomo vissuto, quasi del mestiere, come Salgari col suo baffo ben attorcigliato, il cappellino col fiocchetto e lo sguardo intenso da capitano di marina mancato da casa sua si pasticciava violentemente sulle tigri della Malesia.