Romanzo esistenzialista chiaramente derivativo, anche se non privo di qualità, una sorta di mix tra Kafka (personaggi puniti con grottesche modalità per oscure colpe commesse, il loro mondo regolato dal capriccioso volere di imperscrutabili burocrazie, in questo caso “le regole dell’albergo”) e certe visioni di Manganelli, del quale qui ritrovo l’incedere, la compiaciuta e ostentata vaghezza di alcuni passaggi, il gusto nel soffermarsi sul dettaglio metafisico e bizzarro. Qualcuno ci ha visto anche richiami al simbolismo di Rilke e Mann (il soggiorno della moglie malata in sanatorio…). Paola Capriolo la prende alla lontana, alla lontanissima: la protagonista non ha certezze, fatica a ricordare, crede di avere una trentina d’anni, mette in discussione fin dal principio la sua stessa identità (“la persona che chiamo ‘io'”, in seguito dichiarerà di non conoscere il suo stato civile, il numero dei suoi eventuali figli, ogni più intimo particolare della sua vita passata), perfino la vera origine dei suoi tratti somatici è oggetto di tormentata indagine.

Subito il fatalismo più spinto, o pessimismo consapevole, laconico e nefasto, prende il sopravvento (“presto non sarò più in grado di attuare un tale progetto”), ogni anelito di vita viene insomma prontamente smontato. Troppo prontamente. Ecco, l’evidente difetto di un’opera di fantasia della quale pure mi è piaciuto usufruire è questo, ricalcando in maniera così “facile” e accentuata i grandi modelli del passato, senza quasi fare nessuno sforzo per smarcarsi dagli stessi personalizzando le allucinazioni e le esplosioni psichiche, arrendendosi subito smaccatamente al male di vivere dilagante, si rischia di apparire abbastanza caricaturali. L’autrice, comunque piuttosto giovane al momento dell’uscita del romanzo, è stata in grado di creare atmosfere insalubri al punto giusto, i colori utilizzati nelle descrizioni dei paesaggi e delle creature sfocate sullo sfondo (generalmente camerieri) sembrano proprio quelli più disperati e norvegesi di Munch, piace la sincerità nell’ammettere di trovarsi passivamente dispersa in questo stato comatoso permanente, privo di qualsiasi sbocco o soluzione. Sonnolenza, debolezza psichica, estrema fragilità, ridotte capacità di deambulazione (la passeggiata solitaria di routine, il corretto completamento del tragitto che coinvolge camera, ristorante e bar vengono quasi dipinti come un prestigioso traguardo raggiunto) sono dopotutto elementi visti ancora con sospetto e scarsa ammirazione da una società nella quale emergono prepotentemente i capocuochi cinici e i Gianluca Vacchi solari e tatuati fin nei peli del culo. Una donna fatica a uscire. Forse perché non vuole.