Ero alla ricerca di qualcuno da insultare, come al solito, per il blog. Ma poi, guardando il gatto abilmente spaparanzato nei suoi teoremi semi-immaginari, mi sono venuti in mente solo pomeriggi lontanissimi, altrettanto sprofondati, quando il tempo veniva lasciato scorrere senza opporre poi particolare resistenza nella convinzione che ce ne fosse ancora una quantità sovrumana nel bagagliaio, imprigionati per bene i doveri nella clessidra, e io sorseggiavo bottiglie ghiacciate di Martini solo parzialmente oscurate nelle mutande-Eta Beta, non visto credevo ciecamente a Babbo Natale e alle parole di questo tizio Irving apparentemente in grado di poter snocciolare e ricostruire città e abitanti antichi a suo piacimento, grosso mattone marrone farcito di pagine e di vite che mi era stato catapultato dal postino, da quei bastardi tipo club degli editori insieme a robacce che in confronto il libro di Totti.

Non ho letto mai più nulla di costui ma purtroppo ho intravisto una di quelle interviste stronze fatte dal nipote morale di Mollica, ma purtroppo ho impugnato un volume secoli fa in una libreria, ma mi sembrava poco promettente, tipo che c’era uno morto per una palletta da baseball… Naaaaaa, credo che avesse cambiato/sbagliato ghost writer/spacciatore, era evidente che il ghost writer non fosse più quello arzillo in forma olimpionica che, immerso nel silenzio dell’etere e nell’odore, aveva sapientemente dato vita — con le sue manone — a quelle case bianche accecanti di una volta, a quegli orfanotrofi omnicomprensivi, a quei feti disseminati, sbadatamente ovunque lungo le fottute pareti in città che altro che Resident Evil, a quelle piantagioni strapiene di frutti, a quei vigneti strapieni di feti, a quelle regole infrante un po’ per la solitudine degli anni 20, un po’ per provare a se stessi, a quei negri non regolabili in alcun modo e dal cazzo spropositato, a quei pompini imprevisti, tumultuosi, irriverenti, a quei gesti giganteschi, a quelle giostre, a quei mondi cavalli sapori e raccolti umani incredibilmente lenti, stazioni nelle quali la gente non faceva altro che partire o partorire insistentemente, ma lentamente, e che il protagonista sfuggito casualmente all’aborto (e per un attimo anche a Carlo Sassi) scopre via via, per caso, mentre il suo dottore-padre-madre avrebbe preferito che non vedesse mai nulla.

(Il film è solo un triste riassuntino del cazzo).

(Perché il titolo del post? Ho sempre odiato visceralmente quando uno sforna, chessò?, un album intitolato “Cavallo bianco” e in copertina ci piazza il più normale e prevedibile degli equini, normalmente fotografato mentre sgambetta al pascolo. Bianchissimo. Oppure uno va in un forum, si iscrive e mette come nick “Francesco Storace” e poi come avatar… Non so, a questo punto mi aspetto che quando caghi, solo in casa, tu metta un cartello “ehi, guarda, sto cacando!”, anche se magari non ti vede nessuno, insomma, la trovo un’informazione ridondante, didascalica, ripetitiva, poco fantasiosa, manca il corto circuito logico, un’associazione che produca un po’ di senso, ecchecaz, o quantomeno generi smarrimento e incertezza.

Un pianeta è un sogno. Una delle innumerevoli possibilità che invecchiando ci si precludono, senza far troppo rumore.

Plutone era un mondo lontanissimo, un traguardo al quale tanto tempo fa — non immaginando la terribile sentenza del CAF del 2006 — guardavamo con rispetto, la sua lontananza era affascinante e incuteva siderale sgomento negli osservatori dei corpi celesti e in quelli dei mercati internazionali, con il suo gelo con il suo metano, perché un pianeta con la regolarità del suo mestruo rappresenta pur comunque una certezza, soprattutto di questi tempi nei quali i giovani).