Chiunque lavori in una casa editrice sa bene quali siano l’importanza e la capacità d’impatto del titolo di un libro, superiori perfino a quelle della copertina dello stesso (peraltro, le copertine cambiano, i titoli generalmente no). Le fortune commerciali di un’opera passano innanzitutto da lì, c’è poco da fare: se la chiamo I sommersi e i salvati già a metà del cammino ho perso per sempre l’attenzione del potenziale acquirente (“I sommZzzcheee? Che vuole questo… boh”), distratto dagli appariscenti e assai più immediati Cinquanta sfumature di grigio e Centoquattro matti modi per cucinare la frittata di carciofi con la salciccia dello scaffale accanto. La scelta di intitolare Se questo è un uomo il romanzo che spinse un autore della portata di Levi nell’affollato mondo della letteratura fu un’assoluta genialata di Franco Antonicelli: l’uomo medio è incuriosito, stimolato, portato a pensare “Ma come Se questo è un uomo, che vuol dire, perché, come continua? Che cosa succederà alla ragaz… ehm, a quest’uomo? Oddio, ma è una storia vera, magari si piange pure, lo voglio”. Oggi quella di optare per un titolo del genere può sembrare una scelta magari normale, qualsiasi vostro contatto Facebook ha pubblicato presso la prestigiosa casa editrice Me stesso almeno una mezza dozzina di libri e attirare l’attenzione a ogni costo è vitale, ma contestualizzata all’epoca era tanta roba. Peraltro fu il motivo principale per il quale snobbai il romanzo per decenni nonostante i tentativi disperati (suppongo, non mi ricordo nemmeno che ho mangiato a pranzo) di insegnanti vari per farmelo leggere. Il cervellino del piccolo Luigi silenziosamente elaborava: “Se questo è un uomo -> retorica a palate, patetismo e piagnucolio, no, grazie, fuggo il più lontano possibile”. Il cervello dell’uomo medio invece credo reagisse più o meno così: “Sìììì, retorica, arf, gnam, slurp, sìììì, pateticità, ancora, ancora”. Ovviamente non voglio mettermi al di sopra dell’uomo medio, che anzi, in tante cose vede meglio e più lontano di me, e anche in questo caso in effetti i fatti gli cosano. Naturalmente Se questo è un uomo avrebbe acquistato rilevanza anche con un titolo soporifero e meno commovente, troppo clamoroso il contenuto, troppo l’interesse a far conoscere alle masse un documento del genere relativo al periodo storico ormai di gran lunga più vivisezionato (basta sintonizzarsi su una trasmissione qualsiasi dedicata alla storia, le probabilità che stiano mandando in onda un documentario sulla Seconda guerra mondiale sono altissime), ma sarebbe occorso più tempo, ci sarebbero voluti più calcinculo mediatici, più fatica, avremmo avuto bisogno di più frustate da parte dei maestri nelle scuole dell’obbligo.

Una sola testimonianza, quella di Levi, chirurgica, asciutta, penetrante nell’esposizione, vale probabilmente più di tutte quelle – interessantissime e importanti, per carità – raccolte dal celebrato Shoah (ok, non l’ho ancora visto tutto). L’aspetto più stupefacente è l’assoluta modernità del testo, già molto più avanti rispetto ai film sui campi di concentramento che usciranno tra vent’anni. Nell’immaginario collettivo, scolpito da decenni di opere a tema e da un certo tipo di narrazione, il campo di concentramento è un luogo nel quale i detenuti, dopo essere stati catturati brutalmente e stipati nei treni, si limitano a stare pigiati sulle brandine, ammassati in casermoni oscuri dai quali escono solo per sgobbare come negri nel fango. E poi di tanto in tanto qualche nazista particolarmente burlone ne accoppa gratuitamente qualcuno, per sottolineare la crudeltà degli aguzzini e strappare la lacrimuccia allo spettatore, che si commuove di fronte alla palese e criminosa ingiustizia, sentendosi una persona migliore. La routine s’interrompe quando vengono condotti alle camere a gas o liberati, comprensibilmente spaesati, a fine conflitto (altra lagrimuccia). Non esiste nient’altro (e invece qualcos’altro meritevole di essere raccontato c’è, e Levi ce lo descrive con minuzia e lucidità). Si tratta di una narrazione superficiale, che si limita pigramente a sottoscrivere il facile schema buonichenonhannofattoniente-cattivissimichepiùcattivinonsipuò, magari pompandola ulteriormente con le più recenti tecniche per ottenere consensi e visibilità.

Sono invece i piccoli particolari della vita quotidiana nel campo, erroneamente e grossolanamente ritenuti superflui da orde di registi, autori, sceneggiatori, a essere rilevanti e a fare la differenza. La descrizione accurata, quasi pignola, dei regolamenti da rispettare, del cucchiaio che faceva anche da coltello scambiato per tre quarti di razione di pane, dei sistemi studiati dagli infermieri per fare la cresta, del mercato illegale nel quale si cercava di appioppare le sòle ai meno aggiornati sulle quotazioni, la creazione di questo mondo parallelo alla vita normale con le sue regole kafkiane, di questa situazione apparentemente incredibile nella quale a ogni uomo è chiesto di spremere da se stesso il peggio (ma non un peggio qualsiasi, un peggio che aderisca perfettamente al contesto) per tirare avanti. Il rendersi conto di come il mondo civile (quello che reputiamo tale) attuale con i suoi valori non sia qualcosa di “assoluto” e stabile, definitivo, ma solo una delle infinite forme di organizzazione sociale possibili. Di come queste cose apparentemente insignificanti, o assurde in un mondo normale, occupassero stabilmente la mente dei detenuti e costituissero la vera prigione, ancor più delle mura fisiche e dei fili spinati elettrificati. Altro aspetto: nei campi di concentramento “convenzionali” si parla, anzi, si urla quasi solo in tedesco, lingua dai suoni duri, severi, perfetta per esaltare la malvagità degli oppressori; nel mondo di Levi il tedesco è certo la principale delle lingue usate e la sua conoscenza sommaria è importante per sopravvivere, ma esso è costantemente affiancato da un’assordante babele linguistica, come a indicare che la vita sociale in qualche modo continuava a esistere, pur in quelle precarie condizioni, come a sottolineare l’universalità della sofferenza e della condizione di miseria umana.

Foto trovata qui.