«”Chi non è mai stato nel silenzio di una notte australiana, non può sapere cos’è il silenzio di una notte australiana,” scrisse il famoso esploratore scozzese Angus Mac Donald. Non era mai stato in Australia, e non riuscì mai ad andarci. Ma ugualmente, per questa celebre frase, il governo australiano gli intitolò un lago ai margini del deserto di Gibson […]». Questo è il passaggio de La compagnia dei Celestini che ho gradito di più. Il punto è che Stefano Benni avrei dovuto leggerlo “da giovane”, quando Bergonzoni mi sembrava la cosa più interessante del mondo (ma in realtà non ho approfondito neanche lui, per spirito da procrastinatore seriale o perché boh). Per carità, è un funambolo delle parole e dell’ironia, il romanzo è un continuo e pirotecnico susseguirsi di “geniali” trovate, Benni inventa mondi e lessici, ecc., come avranno già spiegato ovunque, tutti, in coro, ripetutamente. Il rischio dietro l’angolo però è quello di fare la lista della spesa, se capite cosa intendo (non mi va di mettermi a fare il verso a Benni, arrivateci da soli). Una lista della spesa piena di magnifici aggettivi, numeri numerosissimi, originalissimi personaggi dai nomi storpiati che si susseguono in continuazione compiendo azioni strampalatissime e inimmaginabili, ma pur sempre una lista della spesa.
Sicuramente non sono nella posizione di criticare troppo chi sparge ironia su molteplici aspetti della realtà (quelli più colpiti li troverete senz’altro elencati in vagonate di commenti e di recensioni fuori di qui, il clero, ecc.). Alla fine siamo umani, limitati, non è che abbiamo chissà quale spazio di manovra, questo possiamo permetterci, è tutto molto triste. Fatto sta che se leggo un comunista – ah, no, su Wikipedia dicono che è solo di sinistra, tranquilli, tutto a posto, scusate, non si ripeterà più – dipingere stereotipatamente, chessò, i fast food come luoghi sbagliati e inumani dell’orrore e dello schifo supremo, una roba (sottotesto) da eliminare assolutamente per riconquistare la civilità, sia pure facendo uso di tante metafore e giochi di parole simpatici ed eruditi, pieni di inventiva, non penso “che genio questo, ha capito tutto, che critica sagace!1!1”, ma semplicemente, come spesso accade, mi feispalmo per intuibili motivi. E passo al prossimo, sperando che un esercizio maggiore della logica, dei processi cognitivi più raffinati e una più sapiente diversificazione degli studi, delle letture e delle esperienze gli consentano di avere qualcosa di meglio da offrirmi.
Ormai leggendo un qualsiasi libro, anche di narrativa, oltre all’intrattenimento, mi aspetto che l’autore mi aiuti a salire un po’ più in alto (sono, come tutti, l’omino ignorante e ipovedente di quella vignetta nazionalpopolare ma vera che girava anni fa, o gira anche adesso, o è sempre esistita, o boh) per ammirare meglio il paesaggio e capire porzioni sempre maggiori della realtà e della vita. Benni probabilmente non ha nulla che non vada davvero. Semplicemente cerco altro.