Tutti possono arricchire tranne i poveri è un romanzo sprofondato nel dimenticatoio ma che negli anni Settanta penso facesse bella mostra di sé sugli scaffali di parecchie librerie italiane. Il pretesto, leggerino ma irresistibile (la classica vincita alla lotteria – Totocalcio nel film, mah – che ti cambia la vita), viene agghindato con un discreto mazzo di luoghi comuni sui poveri arricchiti incapaci a gestirsi e i ricchi che proprio non gliela fanno a non essere tutti stupidi, frivoli e culoni, e un po’ di satira sociale, vedi la famiglia tonta e caciarona di Montesano che si faceva mantenere senza pudore dall’unico stipendiato di casa, gli italiani per forza furbi, i soldi portati in Svizzera, ecc. Qualcuno ci ha visto del marxismo… sì, magari la facile moralina vuole fartela, ma forse è un’interpretazione un filo esagerata. Certo, la classe, l’eleganza, la sobrietà, la leggerezza del romanzo (che da piccolo avrò letto dozzine di volte) non sono nemmeno sfiorate dal film, che però secondo me non è così terribile come potrebbe sembrare a prima vista e qua e là coglie nel segno. La coppia rappresentata nel romanzo è grigia, inerte, torinese, si tratta quasi di non-personaggi (per scelta, mica è un difetto, anzi, è un particolare che adoro) del tutto incapaci di opporsi alle sventure che piovono loro addosso dopo il disgraziato evento. Si potrebbe dire che Vaime e il suo socio di scrittura abbiano voluto e saputo splendidamente ergere le sciagure e il destino beffardo a veri e indiscussi protagonisti dell’opera, gli umani ci stanno come contorno. Il duo Montesano-Mazzamauro forza un po’ la situazione, comprensibile, per essere cinematograficamente più appetibile, lui è l’incarnazione di Paperino, lei ovviamente non ne esce benissimo ma ha un certo piglio, entrambi sono molto teatrali e starnazzano tutto il tempo, romanescamente/napoletanamente. La pellicola qua e là non gliela fa, a tratti sfoggiando una fotografia deprimente e momenti di sciatteria degni di un mediocre film per la televisione; nel complesso dà l’idea di essere l’ennesima commedia italiana “alla buona” nella quale succedono fantozzianamente le solite cose nel solito modo.

Nella prima parte, all’insegna della poraccitudine, oltre alla fila sterminata di parenti cacciati fisicamente di casa al momento della vincita, resta impressa la singolare richiesta di matrimonio alla scuola serale, e il lavoro da centralinista di lui col cartello volgarotto messo per riscuotere facili consensi. La seconda metà, quella spendacciona, viene aspramente criticata in giro per le sue lungaggini, ma il tiro a segno dei nobili imbottiti di coca fino alle sopracciglia a Montesano (non eccelsa e a tratti fastidiosa la sua interpretazione, comunque, poi sta anche sul cazzo umanamente, diciamolo) appeso ai palloncini rende giustizia allo spunto più folle e brillante del romanzo. Mi piace anche la Bouchet, mi pare fosse lei in quella scena, impegnata a decimare svampitamente costosi bicchieri di cristallo. E il finale, con i due piccioncini intenti a urlare al cielo in cima al cucuzzolo dell’inutile montagna dell’ancor più inutile e maledetto isolotto sciaguratamente comperato. Il romanzo non riesco a reperirlo, altrimenti non riuscirei a non riririleggerlo, nonostante ben altre teoriche priorità, ma mi pare di ricordare una situazione tipo lui sul Colosseo (?) che minacciava di buttarsi di sotto, verso la fine, chissà perché poi, boh.