Che dire di Ubik? Probabilmente quando fu pubblicato (addirittura nel 1966) era qualcosa di genialmente audace e incredibilmente postmoderno, il romanzo di fantascienza che quando vuole smette di essere tale e si tuffa nel trantran del mondo contemporaneo, le immancabili considerazioni sul significato della vita, i velati riferimenti alla religione e Aggesùgrisdo, gli inganni e i raggiri del consumismo (la schiavitù dell’uomo nei confronti degli oggetti, che per dispetto mutano a piacimento sfuggendogli di mano), per poi riprendere a essere un romanzo di fantascienza dalla trama confusa e dai personaggi poco curati nel quale ognuno può vedere quel che vuole, la destrutturazione della società borghese, la parodizzazione della scienza e dei suoi codici, il disorientamento cosmico che l’uomo, protagonista del suo quotidiano incubo, inconsapevole, ogni giorno vive, ma soprattutto yawn. A me questi universi che si sovrappongono e si alternano con tutta questa disinvoltura creando spaesamento e cronica incertezza nei personaggi e nel lettore annoiano tantissimo, avrei preferito fossero state sviluppate in maniera solida, coerente e fluente, meno illogica e avvitata, le intuizioni che costituiscono il fulcro della realtà protofasonica immaginata da Dick, la semivita, le lotte ardite e le risalite tra precog e quegli altri, invece no, troppo facile, lui vuole evidenziare l’inadeguatezza del nostro sistema di pensiero nel decifrare la realtà che ci circonda, altrimenti sarebbe troppo banale, e vabbè, quanti cazzi però.