Il prog, si sa, è assai malvisto in società, non sia mai che il rock vada oltre il pezzo di quattro minuti (se ti proclami indie a certe condizioni lo puoi fare) basato su due accordi e il sagace schema strofa-ritornello. Saper suonare (che magari vuol dire anche e soprattutto saper comporre pezzi un po’ più articolati, armonicamente meno banali e dalle dinamiche meno prevedibili) è il Male, il rock è protesta, disagio interiore, attitudine, ostentata ignoranza. Non che non sia del tutto vero o condivisibile, almeno in qualche occasione, però l’approccio “il rock dev’essere semplice e minimalista, ma il jazz e la classica sono occheione, stasera vado al concerto con musiche di Rameau!1”, chissà perché, non mi ha mai convinto completamente. Inoltre, francamente, se ti fai impressionare da uno che brucia costose chitarre sul palco (sai l’originalità), da Marilyn Manson che ci ha le lenti a contatto buffe e si apre come un bue sul palco senza anestesia o dall’esistenzialismo hipster un tanto al chilo di certi testi o di certe pose, beh, non mi sembri tanto più furbo dell’ascoltatore che ammette anche l’inaudita possibilità che in un brano possano essere suonate un po’ di note in più, che l’intimismo e l’introspezione non siano l’unica possibilità ma che ogni tanto uno si voglia anche lasciar travolgere da torrenti sonori.

Poi se si parla di un album realizzato negli anni Ottanta – superficialità, edonismo reaganiano, gente che si veste male – da due degli Emerson, Lake & Palmer (aaaaaah!), e che al già vituperato prog mescola dosi equine di AOR (peggio mi sento). La scelta del nome è delle più infelici (c’era un’altra band dal pedigree ben più nobile chiamata così, bisogna perfino sbattersi un minimo per trovare notizie sui motori di ricerca, facendo lo slalom tra Yahoo Answers e siti di matematica). L’album è talmente schifato che fino a un po’ di tempo fa non era nemmeno presente su YouTube, al contrario delle ben più significative discografie di Pupo e Biagio Antonacci.

Talkin’ Bout è l’orecchiabilissimo singolo (l’unico estratto, anche gli esiti commerciali dell’operazione furono assai discussi), enfatico nelle melodie, farcito e sorretto da tastiere fieramente ultrapompose. Lover to Lover parte all’insegna dell’AOR più facile e imbronciato, poi verso la metà iniezione di grinta e stacchetto flautato prog. Con Chains siamo di nuovo dalle parti del pop rock per innamorati delusi, con inserto prog più contenuto e marcetta che fa da preludio all’urlo di dolore del povero spasimante scaricato (ovviamente non ho idea di che parli il testo, ma la sensazione è quella). Desde la Vida è il piatto forte del disco, la presunta suite (dichiarata tale, per fare scena e far digerire ai fan il disco commercialotto) dalle dimensioni peraltro contenute. E qui, cari miei, si vede la differenza tra gente che sa comporre un brano e renderlo interessante a tutti gli animali dotati di pollice opponibile e l’artista indie sfigato il cui pannolone pieno di pupù viene esaltato dalla stampa musicale in base a criteri discutibili. Atmosfere rilassate alternate a prog d’alta scuola, inserto pianistico memorabile, corrida. Segue un’esaltante cover ampliata e smargiassa di Eight Miles High dei Byrds. Runaway è forse troppo ruffiana anche per chi è di ampie vedute, AOR sempre gradevole ma composto un po’ col pilota automatico, la parte strumentale a 2:10 salva la baracca. You Do or You Don’t, ancora pop rock offeso, ancora sofferenze amorose inenarrabili, si vede che il disco sta per finire e bisogna appioppare qualche brano meno brillante. On My Way Home è l’inno di chiusura, mano sul cuore, forte commozione generalizzata ed Emerson che ci fa ririsentire quant’è bravo a fare le scale.