È il disco col quale mi sono trastullato peccaminosamente (perché fa parte di quegli “underdog” sui quali, per qualche strano motivo, mi accanisco con fare irragionevole, mentre gli altri ascoltano per tempo le uscite chiacchierate che si devono ascoltare, e confabulano in maniera animata di quelle in un tripudio insensato di «sophomore» e acronimi) un’estate intera di tanti anni fa, nella pineta. Prima si chiamavano Alice in Sexland (magari non è vero, non vi fidate, lo metto solo perché ogni volta che ne parlo – stile nonno che racconta gli aneddoti del ’15-’18, questo sono – salta fuori ‘sta cosa, ma in realtà li ignoro totalmente in questa veste, dovrò recuperare). Dopo lustri di silenzio, nei quali forse era proprio impossibile reperirli in rete e se n’era perduta ogni traccia (e io forse ho buttato scelleratamente in un trasloco la mia cassettina? mannaggia a me), qualcuno anni fa ha messo il disco su YouTube. Addirittura vedo che è spuntata di recente una timida recensioncina su Debaser. Ogni volta che li rimetto a distanza di anni vengo ricompensato, quasi travolto da appaganti e profumate sensazioni, bravo me stesso di molti anni fa che ci avevi visto giusto. I testi non si capisce bene di che parlino e probabilmente sono la componente più psichedelica del disco. Ma stranamente appaiono vagamente affascinanti, è come se si trattasse di un linguaggio interiore bello elaborato e arcaicheggiante tutto loro. Quindi in qualche modo, nel complesso, quello che il tizio un po’ suonato declama con aria convincente pare filare alla perfezione. È tipo quando ascoltate una conversazione, qualcosa in una lingua straniera che conoscete poco, e ogni tanto esce fuori il termine o il concetto che riuscite a individuare, a isolare con precisione. Allora, turbati, vi alzate in piedi, allungate il braccio non impegnato a reggere sigaretta e lattina e, con sguardo intenso e un po’ devastato dalla vita, fieri lo indicate (?). È lui. Quasi come il Di Caprio del meme (che in realtà non so se sia famoso al di là dei gruppi sulle lingue che frequento io nei quali lo ripostano ogni cinque minuti).

Quasi tutto quello che abbiamo.

In vari brani la buttano chiaramente, oltre che in caciara, sul fiabesco, e la musica cerca di seguire, e di sedurre – tra il giocoso, l’inquietante, il sinuoso e il boh – il delirio indubitabilmente espresso dai testi. Questa comunque era gente che sapeva suonare e che aveva cultura musicale, non improvvisati. Di base è un metal dal sound abbastanza compatto e molto alternativeggiante (come dicono su Debaser mi sa che «indie», quale assopigliatutto, l’hanno cacciato fuori dal cilindro dopo, o, se il termine già girava con sufficiente insistenza, non aveva i connotati pervasivi e molesti di adesso). Non sono pezzi dallo sviluppo lineare, anzi, si allontanano generalmente e istrionicamente dalla forma canzone, senza però sconfinare nel prog di maniera. Ma, nonostante i continui cambi di stile e di atmosfere, sgorga sempre tutto naturalmente. Non sembrano quelle cose forzate, di quelli che pare debbano per forza farci vedere in continuazione quanto sono strani, estrosi, irrequieti, imprevedibili e musicalmente colti. È proprio un sottostile personale ben metabolizzato loro che non si trova precisamente da altre parti, almeno credo (sì, Marlene Kuntz e gruppi del genere li conosco, ma questi sono parecchio meno casinisti, molto più “rotondi” e melodici).

Oh, ma sapete, lo sto sentendo con le cuffie e ‘sto disco è ancora meglio di come me lo ricordassi. Il cantante in particolare è un mezzo genio per l’inventiva che distribuisce nel corso di questa assurda trasferta mentale musicale, riuscendo a rendere diverso e interessante ogni passaggio. Una prestazione che oso definire esemplare non perché piazzi chissà quali acuti o virtuosismi, ma proprio perché l’interpretazione è assai variegata e curata nei minimi particolari, sempre mantenendo un controllo totale sullo strumento vocale nella sua lucida allucinazione. Lo invidio. Ci sarà pure qualche momento dal retrogusto vagamente ingenuotto, sapete quelle atmosfere un po’ imbarazzanti, stile gruppi prog italiani degli anni Settanta che ogni tanto piazzavano quei siparietti sul silenzioso pensoso, sparandosi risibili pose intellettualeggianti. Ma l’impostazione complessiva sul metallaro andante non rende mai pesante l’ascolto, e nel complesso questo disco ha tutto: creatività, freschezza, perizia, droghe, energia. Non menziono singole tracce perché è di quegli album che ti entrano in circolo nel loro complesso e che ovviamente ogni volta devi obbligatoriamente ascoltare per intero. Grandissima band – per me senz’altro ai vertici qualitativi del rock italiano di sempre – che purtroppo è andata, da quanto ne so, irrimediabilmente distrutta, com’era del resto ampiamente prevedibile, lasciandoci solo questo stralunato e irripetibile omaggio. Ce lo rigiriamo tra le mani, come se si trattasse di una qualche oscura prova o di un sottoprodotto dell’ingegno alieno, fissandolo attoniti.