Italia, anni Sessanta/inizio Settanta. Un mondo nel quale gruppi di rock progressivo rischiano quasi a loro insaputa di partecipare al Festivalbar o al concerto di Capodanno dato da Tele Capodistria, e si fa la gara a chi dà alla sua band il nome più strampalato (o riesce ad aggiudicarsi l’animale ancora libero). Quelli che non cercano la facile e triste strada del plagio dei successi stranieri (Light My Fire che diventa l’improbabile Prendi un fiammifero nella versione de Gli Innominati) si dedicano a cervellotici sfoggi di creatività e tecnica musicale, con risultati talvolta, bisogna ammetterlo, di dubbio gusto. Dubbia qui anche l’intonazione del cantante in molti frangenti, più godibile l’intro jazzata de La natura e l’universo, che ci accompagna nel concept album ecologista apocalittico visionario (comunque tanta roba per il Paese dominato da Nilla Pizzi e criminali simili), con i suoi testi immaginifici che vorrebbero essere evocativi ma che ora suonano goffi e rintronati. “Quando il sole perse il suo calore, l’alba della vita tramontava, l’albero del male si spezzò. Quando io decisi di partire, io non sapevo dove andare, solo l’alba chiara mi guidò […] Pioggia di silenzio nella mente, mille occhi chiari senza luce, scesero dall’alto incontro a me. Come il lampo illumina la notte, vidi la mia vita in un momento e nel cielo il sole si oscurò”. Terribile.

Immaturi anche gli scazzi con la casa discografica, che portarono alla fine anticipata del gruppo (ricostituitosi in tempi moderni, ma uno è morto nel ’96), rea di aver cambiato nottetempo il mixaggio dell’album per renderlo più commerciale e appetibile alle masse del Cantagiro. Vabbè, sì, ok, poi il tutto suona ovattatissimo e bassi non se ne sentono manco a pagarli, ma non mi sembra il caso di prendersela così tanto. A me non dispiace Che fumo c’è, pezzo umile, coinvolgente e poco sbrodolato: base hammond, chitarra hard rock, Alluminio appassionato e meno fastidioso del solito. Piuttosto controverso presso il popolo dei rivalutatori postumi che considera il disco un punto di riferimento imprescindibile della scena è il brano La stella di Atades, tra i più poppeggianti, un lento dalle coordinate musicali epico-romantiche con lui che purtroppo snocciola irrefrenabile cazzate su cazzate. Si fa sul serio nella seconda facciata, la più amata dalle genti, Thrilling è una solenne processione di prog psichedelico sapientemente e originalmente intervallata da atmosferici e ipnotici silenzi. Riescono a piazzarci anche un assolo di chitarra rock molto gustoso verso la fine. Cosmo è funkeggiante ed emersonleikpalmeriana, hammond ancora protagonista, pochi minuti ma di qualità, o almeno il blogger Del Monte dice sì. Pianeta è acida, onirica, magniloquente, momenti di batteria incalzante e quasi tribale introducono versi incomprensibili ma declamati con apodittica convinzione tanto da risultare inizialmente quasi convincenti (poi lui si dilunga con robe tipo “le fanciulle stan giocando, i vecchi stan cagando” e menate così, e allora la magia un po’ si perde).